Leggere o guardare?

L’ identità personale si tramuta in un “io” che non rispecchia se stessa e,anzi, se ne discosta, poiché tutto ciò che viene fatto è suggerito da immagini, suoni, messaggi ripetuti da un main stream completamente fasullo. Se l’identità é intrattenimento dell’essere su se stesso, nell’ epoca dell’intrattenimento, nasce, di conseguenza, la necessità di creare un “io” artificiale, un subiectum sociale e di massa con cui intrattenere gli stessi soggetti. La parola scritta che per sua natura necessita di una riflessione postuma, diventa così un inutile zavorra, un mezzo di comunicazione obsoleto. L’immagine, quindi, sostituisce la parola (soprattutto quella scritta); l’emozione e l’evocazione di sentimenti privi di qualsiasi accostamento logico rimpiazzano il ragionamento, la capacità di astrazione e l’elaborazione del pensiero critico. L’immagine sintetizza e non approfondisce,  smembra la realtà e la parcellizza, cristallizzandola, in attimi distinti l’uno dall’altro; essa diventa la perfetta cornice del messaggio che si desidera diffondere. Guardare, dunque, e non più leggere per comprendere parrebbe la nuova tendenza dell’informazione usa e getta.

“La televisione non è soltanto strumento di comunicazione; è anche, al tempo stesso, paideia, uno strumento antropogenetico, un medium che genera un nuovo ànthropos, un nuovo tipo di essere umano.” G.Sartori

Incoscienza e coraggio

Forse occorre più incoscienza che coraggio per dire tutte le parole, tutte quelle che si hanno a disposizione, una dietro l’altra come tanti soldatini. Non saprei dire se ciò corrisponda ad un’ipertrofia dell’ego oppure corrisponda di più ad un bisogno intrinseco di esprimere sentimenti e stati d’animo. Sta di fatto che nella dimensione ultraterrena delle parole non dette, rimandate, soffocate, decapitate, arse vive, smembrate, sporcate, esse vaghino come spiriti errabondi, come fantasmi luminescenti, inseguendo il miraggio di essere finalmente pronunciate. Sono come un fiume sotterraneo che scorre in profondità nel buio vischioso e scava cunicoli, plasma grotte e caverne, e che trasuda formando stalattiti e stalagmiti affilate.
La reticenza, per pudore o per timidezza, nel dire, nel parlare lascia una porta aperta al vuoto e al rimpianto. A volte ci si interrompe, si tronca una frase in un’aposiopesi volontaria che rivela parzialmente permettendo di non sentirsi completamente indifesi. Altre, invece, ha la forma imperfetta dell’ellissi che sottintende e lancia il sasso nascondendo la mano colpevole; e si rimpicciolisce fino a chiudersi in se stessa tanto da creare minuscoli puntini di sospensione che aleggiano nell’aria come pulviscolo. Occorrono coraggio e incoscienza per decidere quali parole adoperare e quali segregare, quali liberare e quali uccidere.

Retorica illuminata

Mi piace stupire la gente nascondendomi dietro una facciata insospettabile. Quello che decido di mostrare alle persone è ciò che essi stessi vogliono vedere. Sono uno specchio che riflette i pregiudizi e la volontà altrui. Non è per adulazione o, al contrario, per timidezza, semplicemente non mi va di sprecare le parole.  A volte lo faccio per comodità: meglio sembrare superficiali che profondi, talvolta è meglio apparire stupidi che dotati di un’animo sensibile, altre, invece, è preferibile comportarsi da indifferenti piuttosto che sembrare deboli.

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