Solo un sorriso

Desidero soltanto potermi sedere vicino alla porta di uscita del bus. Sto in piedi a malapena e sono terrorizzata da ogni possibile frenata brusca, ogni sobbalzo imprevisto e improvviso che potrebbero, ognuno indifferente mente dall’altro, farmi cadere a terra. Il sedile di fonte a me non rimane libero a lungo. Una donna dal volto serio e impassibile assume subito una posizione di difesa nei miei confronti. Ogni tanto gli sguardi si incrociano per poi fuggire altrove, quasi con imbarazzo per aver violato uno spazio, un confine invisibile e immaginario in cui è proibito cercare di indovinare i pensieri altrui. L’autista guida veloce e non si cura affatto dei passeggeri che, ad ogni curva che sale e si inerpica sempre più in alto, cercano di mantenere l’equilibrio con difficoltà. Mi tengo con una mano alla base del sedile per non scontrare le ginocchia di colei che mi ignora, quando, ad un tratto, all’ennesima curva a gomito, la borsa che è appoggiata di fianco alla donna che ceca di mantenere una neutralità e un distacco garbato, cade sui miei piedi.

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Dogmi

Jung definì il dogmatismo “un cattivo funzionamento del pensiero in cui, quanto più i sentimenti sono rimossi, tanto maggiore è l’influenza dannosa che essi esercitano segretamente sul pensiero, il quale altrimenti funzionerebbe perfettamente. Il punto di vista intellettuale… per effetto dell’inconscia suscettibilità personale… diventa rigidamente dogmatico. L’autoaffermazione della personalità si trasferisce sul pensiero… Il critico viene stroncato, magari con invettive dirette alla sua persona, e non vi è argomento, per cattivo che sia, cui non si faccia ricorso… Tutte le tendenze psichiche che vengono rimosse dall’atteggiamento dogmatico si raggruppano nell’inconscio come antitesi e determinano l’insorgere di dubbi. Per difendersi dal dubbio l’atteggiamento cosciente diviene fanatico, giacché il fanatismo altro non è se non un dubbio iper-comopensato.”

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Venenum in diebus nostris

Vivere al di fuori di se stessi, proiettati verso l’esteriorità. Guardare fuori, mai all’interno e identificarsi con qualsiasi cosa tranne che con se stessi. L’esteriore introiettato viene scambiato per ciò che si è, per ciò che si potrebbe diventare, se solamente si avesse il coraggio di abbandonare la superficie piatta dell’insoddisfazione. I processi di identificazione risiedono all’esterno dell’essere umano e ogni avvenimento è percepito come personale. Avvelenare la vita con piccole dosi di infelicità e invidia verso coloro i quali portano il medesimo e pesante fardello dell’esistenza richiama altra amarezza. Il malessere organico di questi sentimenti si manifesta tramite un’aggressività compulsiva, con un’irrazionalità becera o con una estenuante malinconia. Così l’occhio si posa su quello che vuole vedere anche se non esiste, per giustificare, forse, la propria meschinità.

Ciò che rende terribile questo mondo è che mettiamo la stessa passione nel cercare di essere felici e nell’impedire che gli altri lo siano.
Conte di Rivarol