Antropocentrismo: ontologia umano-specifica

Esistono due dogmi che riguardano l’antropocentrismo, sistema metafisico secondo cui l’Homo Sapiens, abbia un qualche tipo di relazione privilegiata con gli oggetti del mondo. I suoi due dogmi sono: che sia impossibile uscirne; che lo stesso tentativo di uscirne sia esso stesso antropocentrico, quindi più forte paradossalmente. Il primo dogma si basa sulla sua struttura cognitiva: non è possibile pensare come se non si fosse colui che sta pensando (chiusura). In realtà l’antropocentrismo è una descrizione dell’umano o, più precisamente, una metafisica: esso è centrato, moralmente isolato e sconnesso dal resto del vivente. Esistono almeno due tipi di antropocentrismo: una versione secondo cui l’uomo sia portato a vedere le cose del mondo dalla sua immagine specie-specifica, e una che deriva da questa, ossia l’idea che il proprio modo di vedere le cose sia anche il migliore se non, talvolta, addirittura l’unico. Quindi, la maggior parte delle tassonomie ontologiche, in gergo tecnico “gli inventari del mondo”, siano in realtà inventari del mondo dell’Homo Sapiens e, dunque, il risultato non sarebbe mai un’ontologia in quanto tale, ma una ontologia umano-specifica.

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Un tempo migliore

La vita sfugge agli sguardi di chi non è capace di vederla e si nasconde mescolandosi alle ombre di vaghi rimpianti. Resta indietro a osservare il lento turbinio che affanna l’umanità. Segue le orme, in disparte, lasciate nella sabbia; segue la scia dei pensieri che convergono tutti verso la stessa direzione: in avanti, in prossimità di un orizzonte sfocato. Dalla nebulosa dei pensamenti, sorge da un’aurora scintillante, un interrogativo incalzante: per quale motivo la sensazione, irrazionale, che un qualcosa di migliore si trovi in un futuro ipotetico? perché non adesso, non ora? Il meglio deve per forza manifestarsi altrove nel tempo oppure non si è in grado di riconoscerlo nel presente? La vita passa attraverso un corpo e ne cattura l’essenza, come un filtro finissimo che trattiene minuscole particelle di ciò che si è stati.

“Ricordati che l’uomo non vive altra vita che quella che vive in questo momento, né perde altra vita che quella che perde adesso.” Marco Aurelio

Massificazione della felicità

La società attuale fagocita tutto ciò che è materiale ed espelle pertanto, attraverso un acclamato nichilismo, qualsiasi anelito trascendentale dell’essere umano. Abbandonata la spiritualità, perché percepita come un peso, come un fardello inutile e insulso, come un ostacolo per la propria libera espressione, l’uomo moderno ricerca il fine dell’esistenza (della propria esistenza), nel tempo e nella casualità aberrante e ignota. Tagliate le radici metafisiche della propria identità, si finisce per illudersi che la felicità possa essere trovata nell’avere, nel piacere, nel benessere esteriore. Una felicità relativamente a buon mercato, sponsorizzata, pubblicizzata e venduta come merce attraverso le leggi della domanda e offerta, massificata e globalizzata per l’appunto.

Le istituzioni politiche e sociali, inoltre, favoriscono e inducono a realizzare una soddisfazione di tipo edonistico e materiale, ma, quanto più questo miraggio viene inseguito, tanto più vengono percepiti problemi psichici ed esistenziali che si concretizzano con l’esatto contrario della effimera e volubile idea di felicità. La diffusione di una concezione edonistica favorisce, quindi, l’individualismo radicale e l’egoismo materialistico ed utilitaristico, perciò l’esistenza stessa viene orientata esclusivamente al piacere immediato, impegnando ogni azione per produrre e acquisire i mezzi per conseguire il tanto ambito “benessere”. In questa prospettiva non si potrà che assistere ad un’esponenziale crescita dell’avidità per il denaro; la società, avente un carattere esclusivamente di tipo economico, proporrà tale orientamento per ogni individuo, incoraggiando a perseguire la chimera finale, mendace e tirannica, di una idea reazionaria di felicità.