Egoismo autoreferenziale

Amalfi, 7 Giugno 1932

Carissima B…,

non utilizzerò scorciatoie linguistiche e nemmeno adopererò parole inutili o, peggio ancora, simulatrici e fraudolente per scriverti. Quel “Carissima” che svetta sul bianco del foglio, in alto e a sinistra, non è una consuetudine e nemmeno vuole essere adulatorio, sebbene sia un superlativo assoluto: esso sta a significare una vicinanza sincera. Nel mentre che sto scrivendo, se dovessi ravvisare soltanto un accenno di egoismo autoreferenziale, non oserei proseguire ancora. Sono seduta in treno: di fronte a me una donna né bella e né giovane, col viso tormentato, pallido quasi ceruleo, un foulard dai colori accesi sul collo e un berretto nero di lana traforato che lascia intravedere a malapena il biondo dei capelli; il suo compagno di viaggio, più giovane, abile conversatore intento a sistemare i bagagli nuovi in modo da non danneggiarli; un’altra donna, seduta vicino a me, con i capelli grigi, gli occhi accesi e lo sguardo agile e curioso. Immagina, dunque, la scena: le due donne iniziano a scrutarsi cercando, forse, di riconoscere i propri difetti l’una dell’altra, come per volersi consolare. Mentre mi sforzo di sorridere a chi mi sta di fronte, sperimentando un’inutile quanto improponibile socievolezza, rifuggo ancora di più dentro me stessa. Mi accingo, perciò, a scriverti lasciando intendere a ciascuno di loro che non sarei stata di disturbo per il resto del viaggio. Meglio tacere dunque e lasciare l’eloquio al giovane uomo che pare ansioso di piacere a tutti; ma sono sempre convinta che i discorsi non avvicinano affatto le persone, non consolidano le relazioni ma, anzi, le deteriorano. Per questo motivo preferisco le lettere, per non usurpare uno spazio interiore che non mi appartiene. Quando vorrai leggerai, senza l’obbligo formale di ascoltare, di rispondere, di fingere interesse, di far trapelare una comunanza inesistente.

Ho una pessima grafia, lo so: è il pensiero che corre più veloce della mano. I continui sballottamenti del treno, i repentini cambi di binario, gli involontari sfioramenti, il vociare confuso nello scompartimento, il paesaggio che si rincorre senza mai raggiungersi, mi distraggono e inducono ad accelerare il ritmo della scrittura. D’altro canto quando la calligrafia è pessima e disordinata, tanto più il suo significato e contenuto è importante. Così, vedo te, amica mia, forse l’unica sincera, nell’attimo in cui sopravviene, al postino che suona, un pensiero che assomiglia a un presagio. Auguro di cuore che la tua volontà, riconquistatasi un posto d’onore tra i desideri, non ceda al confortevole ritornello dell’incertezza ma, al contrario, riprendesse le redini con impeto e determinatezza. Possa tu ritornare padrona della tua vita.

Con affetto sincero,

F…

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Leggere o guardare?

L’ identità personale si tramuta in un “io” che non rispecchia se stessa e,anzi, se ne discosta, poiché tutto ciò che viene fatto è suggerito da immagini, suoni, messaggi ripetuti da un main stream completamente fasullo. Se l’identità é intrattenimento dell’essere su se stesso, nell’ epoca dell’intrattenimento, nasce, di conseguenza, la necessità di creare un “io” artificiale, un subiectum sociale e di massa con cui intrattenere gli stessi soggetti. La parola scritta che per sua natura necessita di una riflessione postuma, diventa così un inutile zavorra, un mezzo di comunicazione obsoleto. L’immagine, quindi, sostituisce la parola (soprattutto quella scritta); l’emozione e l’evocazione di sentimenti privi di qualsiasi accostamento logico rimpiazzano il ragionamento, la capacità di astrazione e l’elaborazione del pensiero critico. L’immagine sintetizza e non approfondisce,  smembra la realtà e la parcellizza, cristallizzandola, in attimi distinti l’uno dall’altro; essa diventa la perfetta cornice del messaggio che si desidera diffondere. Guardare, dunque, e non più leggere per comprendere parrebbe la nuova tendenza dell’informazione usa e getta.

“La televisione non è soltanto strumento di comunicazione; è anche, al tempo stesso, paideia, uno strumento antropogenetico, un medium che genera un nuovo ànthropos, un nuovo tipo di essere umano.” G. Sartori

Anime di gelsomino

Mia ultima produzione sotto ogni aspetto. Ho qui raccolto sedici dei miei ventisette racconti. Sedici racconti, appunto, con altrettanti personaggi femminili. Ognuna si confronta con la concreta realtà della propria esistenza: Shoba una bambina indiana orfana incontra per la prima volta i suoi nuovi genitori, Viola una ragazza in grado di vedere le auree delle persone fa amicizia con un camionista ungherese, Serena un’appassionata giovane musicista suona da sola il suo violino, Belen una psicologa in difficoltà affronta la solitudine e Mnemosine, la dea della memoria, interviene nella vita degli uomini. Tutte loro hanno in comune il coraggio, la consapevolezza e la voglia di affrontare a viso aperto il destino che le attende.