Quel che resta

Quello che resta dopo avere pianto, riso, gioito, penato, amato è come un aroma che resta sospeso, un retrogusto indefinito che si agita nella memoria. Un sedimento che si trasforma in qualcosa altro o semplicemente scompare e non ritorna più. Quel che resta è un’appendice che viene recisa, un solco che si espande fino a dissolversi, un falso ricordo che illude e che mitiga una sensazione di perdita. Ciò che rimane sono le vestigia dell’esistenza, della vita vissuta; sequenze in ordine sparso dall’apparenza casuale e senza forma. Quel che rimane indietro è un soffio leggero e evanescente.

Un po’ di pubblicità

La parola pubblicità sottende al significato di pubblico, inteso non nella forma giuridica del termine, ma a una moltitudine di individui. La pubblicità, intesa come messaggio commerciale, viene definita come “l’insieme di tutti i mezzi e modi usati allo scopo di segnalare l’esistenza e far conoscere le caratteristiche di prodotti, servizî, prestazioni di vario genere predisponendo i messaggi ritenuti più idonei per il tipo di mercato verso cui sono indirizzati” (Treccani). Tale definizione sembrerebbe del tutto innocua, ma se la si analizza in maniera non superficiale si noterebbe l’utilizzo dei termini “tutti i mezzi e modi” che vuol significare tutto o niente. I meccanismi persuasivi attirano l’attenzione dell’osservatore e ne manipolano i comportamenti alterandone i bisogni. L’ingegneria della costruzione dei finti bisogni è una scienza sofisticatissima che asseconda leggi di mercato; essa è creativa, falsamente lusinghiera e ammalia con promesse improbabili o mendaci. La comunicazione, se da una parte è razionale, in quanto descrive un prodotto (qualsiasi esso sia), dall’altra ne adultera il messaggio stesso utilizzando le emozioni che coinvolgono lo spettatore e lo trasportano in una dimensione quasi onirica. Il continuo bombardamento pubblicitario, breve, ripetitivo, incisivo, produce l’effetto di rinforzare sitemi di pensiero e di attese già assestati, di familiarizzare col prodotto e, quindi, renderlo meno distante dalla quotidianità, e dal vissuto dell’individuo. Egli deve riconoscersi nel prodotto, si deve superare l’impasse della dissonanza cognitiva, ossia l’incoerenza tra pensiero e azione (o tra aspettative e azione); questo disagio, del tutto comprensibile, deve essere superato e così facendo l’uomo potrà liberarsi, non pensare e finalmente consumare.

La pubblicità può essere descritta come la scienza di fermare l’intelligenza umana abbastanza a lungo da ricavarne denaro”   S. Leacock

Egoismo autoreferenziale

Amalfi, 7 Giugno 1932

Carissima B…,

non utilizzerò scorciatoie linguistiche e nemmeno adopererò parole inutili o, peggio ancora, simulatrici e fraudolente per scriverti. Quel “Carissima” che svetta sul bianco del foglio, in alto e a sinistra, non è una consuetudine e nemmeno vuole essere adulatorio, sebbene sia un superlativo assoluto: esso sta a significare una vicinanza sincera. Nel mentre che sto scrivendo, se dovessi ravvisare soltanto un accenno di egoismo autoreferenziale, non oserei proseguire ancora. Sono seduta in treno: di fronte a me una donna né bella e né giovane, col viso tormentato, pallido quasi ceruleo, un foulard dai colori accesi sul collo e un berretto nero di lana traforato che lascia intravedere a malapena il biondo dei capelli; il suo compagno di viaggio, più giovane, abile conversatore intento a sistemare i bagagli nuovi in modo da non danneggiarli; un’altra donna, seduta vicino a me, con i capelli grigi, gli occhi accesi e lo sguardo agile e curioso. Immagina, dunque, la scena: le due donne iniziano a scrutarsi cercando, forse, di riconoscere i propri difetti l’una dell’altra, come per volersi consolare. Mentre mi sforzo di sorridere a chi mi sta di fronte, sperimentando un’inutile quanto improponibile socievolezza, rifuggo ancora di più dentro me stessa. Mi accingo, perciò, a scriverti lasciando intendere a ciascuno di loro che non sarei stata di disturbo per il resto del viaggio. Meglio tacere dunque e lasciare l’eloquio al giovane uomo che pare ansioso di piacere a tutti; ma sono sempre convinta che i discorsi non avvicinano affatto le persone, non consolidano le relazioni ma, anzi, le deteriorano. Per questo motivo preferisco le lettere, per non usurpare uno spazio interiore che non mi appartiene. Quando vorrai leggerai, senza l’obbligo formale di ascoltare, di rispondere, di fingere interesse, di far trapelare una comunanza inesistente.

Ho una pessima grafia, lo so: è il pensiero che corre più veloce della mano. I continui sballottamenti del treno, i repentini cambi di binario, gli involontari sfioramenti, il vociare confuso nello scompartimento, il paesaggio che si rincorre senza mai raggiungersi, mi distraggono e inducono ad accelerare il ritmo della scrittura. D’altro canto quando la calligrafia è pessima e disordinata, tanto più il suo significato e contenuto è importante. Così, vedo te, amica mia, forse l’unica sincera, nell’attimo in cui sopravviene, al postino che suona, un pensiero che assomiglia a un presagio. Auguro di cuore che la tua volontà, riconquistatasi un posto d’onore tra i desideri, non ceda al confortevole ritornello dell’incertezza ma, al contrario, riprendesse le redini con impeto e determinatezza. Possa tu ritornare padrona della tua vita.

Con affetto sincero,

F…