Quel che resta

Quello che resta dopo avere pianto, riso, gioito, penato, amato è come un aroma che resta sospeso, un retrogusto indefinito che si agita nella memoria. Un sedimento che si trasforma in qualcosa altro o semplicemente scompare e non ritorna più. Quel che resta è un’appendice che viene recisa, un solco che si espande fino a dissolversi, un falso ricordo che illude e che mitiga una sensazione di perdita. Ciò che rimane sono le vestigia dell’esistenza, della vita vissuta; sequenze in ordine sparso dall’apparenza casuale e senza forma. Quel che rimane indietro è un soffio leggero e evanescente.

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Un po’ di pubblicità

La parola pubblicità sottende al significato di pubblico, inteso non nella forma giuridica del termine, ma a una moltitudine di individui. La pubblicità, intesa come messaggio commerciale, viene definita come “l’insieme di tutti i mezzi e modi usati allo scopo di segnalare l’esistenza e far conoscere le caratteristiche di prodotti, servizî, prestazioni di vario genere predisponendo i messaggi ritenuti più idonei per il tipo di mercato verso cui sono indirizzati” (Treccani). Tale definizione sembrerebbe del tutto innocua, ma se la si analizza in maniera non superficiale si noterebbe l’utilizzo dei termini “tutti i mezzi e modi” che vuol significare tutto o niente. I meccanismi persuasivi attirano l’attenzione dell’osservatore e ne manipolano i comportamenti alterandone i bisogni. L’ingegneria della costruzione dei finti bisogni è una scienza sofisticatissima che asseconda leggi di mercato; essa è creativa, falsamente lusinghiera e ammalia con promesse improbabili o mendaci. La comunicazione, se da una parte è razionale, in quanto descrive un prodotto (qualsiasi esso sia), dall’altra ne adultera il messaggio stesso utilizzando le emozioni che coinvolgono lo spettatore e lo trasportano in una dimensione quasi onirica. Il continuo bombardamento pubblicitario, breve, ripetitivo, incisivo, produce l’effetto di rinforzare sitemi di pensiero e di attese già assestati, di familiarizzare col prodotto e, quindi, renderlo meno distante dalla quotidianità, e dal vissuto dell’individuo. Egli deve riconoscersi nel prodotto, si deve superare l’impasse della dissonanza cognitiva, ossia l’incoerenza tra pensiero e azione (o tra aspettative e azione); questo disagio, del tutto comprensibile, deve essere superato e così facendo l’uomo potrà liberarsi, non pensare e finalmente consumare.

La pubblicità può essere descritta come la scienza di fermare l’intelligenza umana abbastanza a lungo da ricavarne denaro”   S. Leacock

Sincerità e spontaneità

La sincerità non è sempre sinonimo di spontaneità. La spontaneità non tollera la mediazione riflessiva: è diretta, primitiva, irrazionale; non è esattamente una virtù, bensì significa assecondare un impulso, è uno sfogo che spesso cela frustrazioni personali. La brutale franchezza spesso è causa, facendosi scudo dietro un’improbabile sincerità, gravi danni ai rapporti umani. La realtà ha molte facce e non è possibile essere sinceri rispetto a una e non sinceri rispetto a un’altra. Nessuno possiede la verità, bensì ognuno è immerso in essa (ne è parte) e non è possibile coglierne tutti gli aspetti contemporaneamente. Non è relativismo in senso lato che sottende la riduzione della verità ai punti di vista o alle interpretazioni soggettive. Non s’identifica con la spontaneità, ma assume valore se è consapevole e non impulsiva. La sincerità è soggettiva e non coincide con la verità universale; essa sa fermarsi davanti alla soglia del rispetto altrui, della prudenza, della gentilezza e della pazienza. Come ogni virtù si fa tiranna se è unica e assoluta. La sincerità non è la virtù regina, ha valore se non violenta altre virtù. Al poligono della verità corrisponde il politeismo delle virtù: le virtù si temperano a vicenda. Senza freni la sincerità è una virtù che sconfina nella malvagità.

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