Paradosso della felicità

L’inevitabile legame tra felicità e reddito è -o sembra- indissolubile. Eppure si fa un uso propagandistico, dagli accenti buonistici, della felicità stessa. Come diceva il buon Easterlin negli anni ’70, tale binomio non è sempre così idilliaco. Esiste un paradosso, studiato, approfondito, calcolato statisticamente, economicamente e magari, voglio sperare, anche umanamente, che spiega tale fenomeno. Al crescere del reddito, la felicità cresce, ma passata una determinata soglia (o valore critico), la felicità inizia a diminuire. Non bisogna stupirsi affatto, proprio perché l’essere umano non può essere ridotto in minimi termini. La straordinaria dicotomia insita in ognuno di noi esalta il conflitto interiore che ne deriva. Per fortuna, oserei dire, l’uomo possiede una dimensione universale, non solo meramente materiale, che aspira -e si ispira -a valori spirituali.

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Lo sguardo del rancore

Ogni esistenza non vissuta e colma di muti rimpianti, di frustrazioni virulente, racchiude un potere distruttore e, congiuntamente, irresistibile che si manifesta in modo silenzioso ma spietato. Del resto è anche vero che il trascorrere inevitabile della vita e del tempo non permettono sempre un riscatto, un risarcimento morale, etico, né simbolico e né reale, di omissioni e perdite; il tempo esige  puntualità e prontezza di riflessi.
Ogni vita, a cui manca una parte essenziale, accumula rancore verso se stessi, moltiplica le presenze ostili perché vengono percepite come tali. Si diventa spietati, carnefici di se stessi e degli altri. Intorno non si distingue altro che lotta, acredine e inganno e si cede inevitabilmente alle perfide lusinghe dell’invidia. Lo sguardo è saturo delle vite altrui, mentre quella che ci appartiene pian piano sbiadisce e si sfoca. Alla fine l’esistenza stessa si rivolterà contro, ammutinerà la mente, avvelenerà l’anima, offuscherà la vista mimetizzando la realtà con un surrogato deforme.

Sorrisi

Il sorriso racchiude un messaggio di benvenuto, un suggerimento  di benevolenza e un’occasione di accoglienza. Sorrisi aperti, quasi spalancati nell’atto di fagocitare ogni cosa e, più che esprimere, sembrano voler prendere. Meglio ritrarsi, retrocedere e rispondere timidamente a labbra serrate, accennando appena un consenso minuto, esile e traballante. Altri sorrisi di circostanza, distanti, distratti e ritrosi come certi fiori che sbocciano solo di sera, quando la luce del giorno si affievolisce. Sorrisi amari, sarcastici che lasciano una scia di acredine nell’aria; evitarli è l’unica via,  fuggirli allontanandosi per non restare contagiati.

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