Neminem leadere

Mi sfugge, da sempre, quale sia il vantaggio della competizione, nonostante tutte le belle parole spese sul suo conto. Competere è un’azione che implica divisione, al contrario della collaborazione che, invece, sottende vicinanza; e l’invidia ne risulta, quindi, l’inevitabile conseguenza. La tristezza, la frustrazione che scaturiscono dal tale sentimento consumano e logorano l’anima e la mente di chi anela la distruzione degli altri; ma tale distruzione, di per sé, non sarebbe sufficiente e non produce piacere alcuno, ma al contrario, esalta ancora di più le meschinità di chi lede il prossimo in qualsiasi maniera. La valorizzazione di se stessi percorre, invece, la strada opposta, ossia quella dell’altruismo. L’incapacità di provare emozioni positive, sia per se stessi che per gli altri, implica un impoverimento nel mondo in generale. Questo meccanismo di difesa, che è proprio di chi si sente minacciato dal confronto con gli altri, è improduttivo perché comprime l’identità personale fino a farla implodere annullandola definitivamente.

“Guardando bene, si scopre che nel disprezzo c’è un po’ di invidia segreta. Considerate bene ciò che disprezzate e vi accorgerete che è sempre una felicità che non avete, una libertà che non vi concedete, un coraggio, un’abilità, una forza, dei vantaggi che vi mancano, e della cui mancanza vi consolate col disprezzo.” P. Valèry

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La civiltà nella cooperazione

Non vi è miglior prova del progresso della civiltà che quella del progresso della cooperazione” J.S. Mill 1836

Nell’ottica della tutela della salute umana (diritto peraltro sancito dalla Costituzione all’Art.32) si evidenzia come necessaria una cooperazione, intesa come integrazione dei processi assistenziali tra le prestazioni sanitarie e le azioni di protezione sociale. Sebbene questo concetto contenga nobili intenzioni, di fatto la sua attuazione pratica non è così semplice, soprattutto a causa dell’interpretazione aziendalistica delle strutture pubbliche (e non). I cambiamenti sociali repentini hanno reso maggiormente manifesti i sintomi di fragilità dell’utenza del SSN. La solitudine – specialmente per quanto riguarda le persone anziane e quelle colpite da disabilità fisica o psichica, i pazienti terminali, ecc – potrebbe diventare, se non lo fosse già, il nuovo male del secolo. Si dovrebbe, quindi, sentire l’esigenza (dal punto di vista umano ed empatico) di proteggere tali categorie di persone. Colui che legifera, però, pare sempre più distante- nonostante la pianificazione capillare delle organizzazioni, servizi e strutture che agiscono sul territorio- dalla realtà sociosanitaria, quasi come se quest’ultima fosse soltanto un sintomo aleatorio e probabilistico, piuttosto che una realtà concreta e tangibile. Per quanto riguarda le prestazioni sociosanitarie ad elevata integrazione sanitaria  rappresentano lo specchio di tale discrepanza. L’intensità stessa della componente sanitaria riguarda, appunto, le aree di fragilità sopracitate. Se l’Azienda Sanitaria, in senso lato, risponde alle caratteristiche ed agisce in termini di efficacia, efficienza ed economicità come se fosse un’azienda qualsiasi, allora si intuisce come quest’ultimo fattore sia, senza ombra di dubbio, determinante e come questo sbilanci l’assetto organizzativo stesso, ma esso è anche rappresentativo di come la risultante di tali forze opposte sia spesso traducibile in uno o più disservizi. La cooperazione, perciò, potrebbe essere la risposta migliore, purché intesa nel suo significato più ampio e non solo a fini utilitaristici, i quali non tengono conto del valore umano, sociale ed emotivo del prendersi cura del prossimo, inteso come essere umano nella sua totalità.