Venenum in diebus nostris

Vivere al di fuori di se stessi, proiettati verso l’esteriorità. Guardare fuori, mai all’interno e identificarsi con qualsiasi cosa tranne che con se stessi. L’esteriore introiettato viene scambiato per ciò che si è, per ciò che si potrebbe diventare, se solamente si avesse il coraggio di abbandonare la superficie piatta dell’insoddisfazione. I processi di identificazione risiedono all’esterno dell’essere umano e ogni avvenimento è percepito come personale. Avvelenare la vita con piccole dosi di infelicità e invidia verso coloro i quali portano il medesimo e pesante fardello dell’esistenza richiama altra amarezza. Il malessere organico di questi sentimenti si manifesta tramite un’aggressività compulsiva, con un’irrazionalità becera o con una estenuante malinconia. Così l’occhio si posa su quello che vuole vedere anche se non esiste, per giustificare, forse, la propria meschinità.

Ciò che rende terribile questo mondo è che mettiamo la stessa passione nel cercare di essere felici e nell’impedire che gli altri lo siano.
Conte di Rivarol

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Determinismo e caos

Non credo che tutto accada soltanto per caso, così come non ritengo nemmeno sia possibile che tutto sia rigidamente “predestinato“. Nessuno di questi due aspetti presumo sia vero in assoluto. Condivido, invece, il pensiero di Popper quando afferma che la creatività permette all’essere umano di intervenire nel mondo, di immettervi qualcosa di nuovo. Dunque, usando le parole del filosofo, “il nostro futuro è aperto”, ossia libero. Eppure certe leggi scientifiche sembrerebbero dimostrare il contrario. Mi pare, però, sia ingenuo voler sostenere che la conoscenza scientifica possa dare una descrizione esaustiva e definitiva della natura. Essa procede per modelli che possono essere resi sempre più gnoseologicamente adeguati rispetto ai nuovi orizzonti in cui la realtà si manifesta. Essendo, appunto, modelli non possono pretendere di definirsi come conoscenza assoluta, bensì come una comprensione definita, ma non definitiva. La realtà, quella percepita coi propri sensi e letta in chiave delle esperienze personali, è molto più ricca del singolo punto di vista: le molteplici facce con cui essa si rivela agiscono in un contesto variabile. Forse l’unico espediente all’incubo del determinismo e del caos consiste proprio nel cambiare prospettiva. Il problema è che essi vengono considerati come opposti assoluti e che, pertanto, si escludono a vicenda. Determinismo e caos, contrapponendosi a vicenda, non riescono a spiegare e comprendere la complessità del reale. Considerare la questione in modo  dualistico è riduttivo: occorrerebbe pensare alla realtà come ad una totalità priva di confini o categorie definiti.

Strano come il potere creativo metta immediatamente in ordine l’intero universo.” Virginia Woolf

Estemporaneità dell’esistenza

Il concetto che sta alla base della certezza e della sicurezza nella pianificazione, basata sull’esperienza, sul vissuto, sul consueto e collaudato, è ciò che allontana il disagio dell’ignoto. Eppure l’esistenza non segue alcuno schema, ma semplicemente fluisce nell’inafferrabilità ermetica del suo significato ultimo. Occorre, perciò, improvvisare, proprio come un pittore che, tutto solo, si trova di fronte a un paesaggio sterminato ed inizia ad interpretarlo, a percepirlo dentro di sé e, infine, a racchiuderlo dentro una tela.

“L’esperienza non serve. La vita, non ripetendosi mai, s’improvvisa sempre. Vivere è sempre sbagliare strada, non trovarsi dove si pensava, dove si sa, o meglio non si vive, si pensa di vivere.” M. Jauhandeau, 1935