Un tempo migliore

La vita sfugge agli sguardi di chi non è capace di vederla e si nasconde mescolandosi alle ombre di vaghi rimpianti. Resta indietro a osservare il lento turbinio che affanna l’umanità. Segue le orme, in disparte, lasciate nella sabbia; segue la scia dei pensieri che convergono tutti verso la stessa direzione: in avanti, in prossimità di un orizzonte sfocato. Dalla nebulosa dei pensamenti, sorge da un’aurora scintillante, un interrogativo incalzante: per quale motivo la sensazione, irrazionale, che un qualcosa di migliore si trovi in un futuro ipotetico? perché non adesso, non ora? Il meglio deve per forza manifestarsi altrove nel tempo oppure non si è in grado di riconoscerlo nel presente? La vita passa attraverso un corpo e ne cattura l’essenza, come un filtro finissimo che trattiene minuscole particelle di ciò che si è stati.

“Ricordati che l’uomo non vive altra vita che quella che vive in questo momento, né perde altra vita che quella che perde adesso.” Marco Aurelio

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Venenum in diebus nostris

Vivere al di fuori di se stessi, proiettati verso l’esteriorità. Guardare fuori, mai all’interno e identificarsi con qualsiasi cosa tranne che con se stessi. L’esteriore introiettato viene scambiato per ciò che si è, per ciò che si potrebbe diventare, se solamente si avesse il coraggio di abbandonare la superficie piatta dell’insoddisfazione. I processi di identificazione risiedono all’esterno dell’essere umano e ogni avvenimento è percepito come personale. Avvelenare la vita con piccole dosi di infelicità e invidia verso coloro i quali portano il medesimo e pesante fardello dell’esistenza richiama altra amarezza. Il malessere organico di questi sentimenti si manifesta tramite un’aggressività compulsiva, con un’irrazionalità becera o con una estenuante malinconia. Così l’occhio si posa su quello che vuole vedere anche se non esiste, per giustificare, forse, la propria meschinità.

“Ciò che rende terribile questo mondo è che mettiamo la stessa passione nel cercare di essere felici e nell’impedire che gli altri lo siano.” Conte di Rivarol

Come una rosa a novembre

Accade sempre quando cammino e mai quando sono ferma, magari seduta o, peggio ancora, sdraiata. È mentre cammino che i pensieri si risvegliano, prendono vita, si staccano gli uni dagli altri e si posano sulla linea dell’orizzonte: quella che divide l’inconscio dalla consapevolezza di pensare. L’immobilità fisica, invece, cristallizza la mia mente in una dimensione di quiescenza statica, ovattata e improduttiva. Camminare, quindi, riattiva la circolazione delle idee, allarga le vie di connessione tra un pensiero e il successivo, e lo fa velocemente tanto che, questi ultimi, tendono a fuggire via senza aspettarmi, senza fermarsi nemmeno una volta. Nell’intenzione, tanto semplice quanto laboriosa, di mettere un piede davanti all’altro, risiede un meccanismo arcaico che innesca un movimento quasi perfetto, un’alternanza, come la cadenza del passo, che assomiglia ad una traslazione dei pensieri stessi. Al contrario di quanto possa sembrare, il movimento mi è necessario per creare e anche per riflettere. Eppure è un atto che non corrisponde ad una volontà precisa, a un tempo determinato, proprio come una rosa che sboccia a novembre.