Venenum in diebus nostris

Vivere al di fuori di se stessi, proiettati verso l’esteriorità. Guardare fuori, mai all’interno e identificarsi con qualsiasi cosa tranne che con se stessi. L’esteriore introiettato viene scambiato per ciò che si è, per ciò che si potrebbe diventare, se solamente si avesse il coraggio di abbandonare la superficie piatta dell’insoddisfazione. I processi di identificazione risiedono all’esterno dell’essere umano e ogni avvenimento è percepito come personale. Avvelenare la vita con piccole dosi di infelicità e invidia verso coloro i quali portano il medesimo e pesante fardello dell’esistenza richiama altra amarezza. Il malessere organico di questi sentimenti si manifesta tramite un’aggressività compulsiva, con un’irrazionalità becera o con una estenuante malinconia. Così l’occhio si posa su quello che vuole vedere anche se non esiste, per giustificare, forse, la propria meschinità.

Ciò che rende terribile questo mondo è che mettiamo la stessa passione nel cercare di essere felici e nell’impedire che gli altri lo siano.
Conte di Rivarol

Come una rosa a novembre

Accade sempre quando cammino e mai quando sono ferma, magari seduta o, peggio ancora, sdraiata. È mentre cammino che i pensieri si risvegliano, prendono vita, si staccano gli uni dagli altri e si posano sulla linea dell’orizzonte: quella che divide l’inconscio dalla consapevolezza di pensare. L’immobilità fisica, invece, cristallizza la mia mente in una dimensione di quiescenza statica, ovattata e improduttiva. Camminare, quindi, riattiva la circolazione delle idee, allarga le vie di connessione tra un pensiero e il successivo, e lo fa velocemente tanto che, questi ultimi, tendono a fuggire via senza aspettarmi, senza fermarsi nemmeno una volta. Nell’intenzione, tanto semplice quanto laboriosa, di mettere un piede davanti all’altro, risiede un meccanismo arcaico che innesca un movimento quasi perfetto, un’alternanza, come la cadenza del passo, che assomiglia ad una traslazione dei pensieri stessi. Al contrario di quanto possa sembrare, il movimento mi è necessario per creare e anche per riflettere. Eppure è un atto che non corrisponde ad una volontà precisa, a un tempo determinato, proprio come una rosa che sboccia a novembre.

Monotonia apparente

Rimango incantata da ciò che scorre veloce sotto i miei occhi; il susseguirsi frenetico del paesaggio che sembra scivolare via nell’alternarsi infinito di una monotonia apparente. Guardo di lato più che di fronte perché la sensazione vivida di questo flusso ripetitivo è più reale. Ciò che percepisco venirmi incontro non mi affascina più di tanto: è come se tutto venisse rallentato o tenuto sotto controllo dai sensi. Invece, guardare fuori dal finestrino, leggermente voltati indietro -e non importa se il mezzo di trasporto sia un’auto, un treno o che altro-, mi da la sensazione di ascoltare una poesia muta. Quello che s-corre davanti agli occhi sbiechi ha il sapore suadente di un mutamento, di novità, di sorpresa. É un osservare radente, un non perdere assoluto nel dolce allontanarsi.