Tragica intransigenza

Quando l’intransigenza si trasforma in un dogma impassibile, granitico dai contorni aguzzi e taglienti, di un colore opalescente, quasi viscoso e si contrappone alla cedevolezza morale autoproclamandosi sovrana, in realtà è un sapere, una volontà che si basa sull’interpretazione. Cogliere ciò che è simulazione o dissimulazione, richiama saggezza, ma soprattutto memoria. L’intransigenza è un abito che veste bene da giovani, in quell’età tragica e meravigliosa in  cui si ha il coraggio o la sfrontatezza di osservare il mondo con occhi curiosi e implacabili. Nel momento in cui le sfumature rendono meno definiti i contorni e quando le linee di demarcazione non sono più così nette, occorrerebbe domandarsi il motivo di tale inflessibilità e rigore.

‘Se si potesse recuperare l’intransigenza della gioventù, la cosa che ci indignerebbe maggiormente sarebbe il vedere quello che siamo diventati.’ A. Gide

 

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Retrogusto dei sogni

Si dice che i sogni svaniscano al risveglio, evaporati in una nuvola inconsistente ed eterea come la fantasia; portati via chissà dove, forse proprio nel luogo in cui tutto ha inizio. Eppure qualcosa rimane sempre nelle trame intricate della memoria. Resta anche un retrogusto sbiadito, impalpabile, appena percettibile che scompare non appena si cerca di coglierne l’essenza. Rimane qualcosa, però, intrappolato come un insetto nella ragnatela, e si ha la sensazione di aver perduto realmente quel qualcosa di indefinito e indefinibile. I sogni trasmigrano in un’altra dimensione, in uno spazio ultracorporeo e attraversano, come un lampo, la coscienza assopita.
Essi sono come fantasmi che si manifestano non appena si abbandona la razionalità da qualche parte, in solitudine. Si percepisce l’eco lontano, un suono indistinto che si propaga in una frequenza asimmetrica. Quel qualcosa non riesce a dissolversi completamente e non ha un posto preciso nella memoria, ma mantiene il profumo di ciò che si crede perduto: un odore familiare che rimanda indietro, non solo nel tempo.

Bizzarri fenomeni

Come è possibile aspettare seduto, come unico spettatore pagante, in un teatro deserto. Sentire il pesante odore stantio del sipario, immerso in un buio anacronistico ad assistere a quella rappresentazione che viene definita “vita”, la propria, dai margini quasi inconsistenti, dagli attimi condensati in gocce, distillati puri dalla memoria. E questo testimone solitario osserva una scena spalancata che incombe ed interpreta ciò che lui stesso sfugge: un sentimento che sale e si arrampica verso l’alto della consapevolezza in un crescendo tumultuoso e implacabile. Solo la luce sul palcoscenico, dai toni giallognoli e che arde vibrando a minime variazioni della platea deserta, richiama una sensazione di realtà. La buca dell’orchestra è vuota, eppure crea l’illusione distorta di udire il canto di qualche strumento musicale, coincidendo con l’angolo d’inclinazione della volontà di udirli. Tutto ciò è possibile conservare, racchiudere in un atomo tutto l’universo e poi espanderlo ancora, perché in quei bizzarri fenomeni risiede l’esistenza, scivolata, ritirata come la marea, tanto in fondo che non esistono neppure altre congetture su di essa.