Un po’ di pubblicità

La parola pubblicità sottende al significato di pubblico, inteso non nella forma giuridica del termine, ma a una moltitudine di individui. La pubblicità, intesa come messaggio commerciale, viene definita come “l’insieme di tutti i mezzi e modi usati allo scopo di segnalare l’esistenza e far conoscere le caratteristiche di prodotti, servizî, prestazioni di vario genere predisponendo i messaggi ritenuti più idonei per il tipo di mercato verso cui sono indirizzati” (Treccani). Tale definizione sembrerebbe del tutto innocua, ma se la si analizza in maniera non superficiale si noterebbe l’utilizzo dei termini “tutti i mezzi e modi” che vuol significare tutto o niente. I meccanismi persuasivi attirano l’attenzione dell’osservatore e ne manipolano i comportamenti alterandone i bisogni. L’ingegneria della costruzione dei finti bisogni è una scienza sofisticatissima che asseconda leggi di mercato; essa è creativa, falsamente lusinghiera e ammalia con promesse improbabili o mendaci. La comunicazione, se da una parte è razionale, in quanto descrive un prodotto (qualsiasi esso sia), dall’altra ne adultera il messaggio stesso utilizzando le emozioni che coinvolgono lo spettatore e lo trasportano in una dimensione quasi onirica. Il continuo bombardamento pubblicitario, breve, ripetitivo, incisivo, produce l’effetto di rinforzare sitemi di pensiero e di attese già assestati, di familiarizzare col prodotto e, quindi, renderlo meno distante dalla quotidianità, e dal vissuto dell’individuo. Egli deve riconoscersi nel prodotto, si deve superare l’impasse della dissonanza cognitiva, ossia l’incoerenza tra pensiero e azione (o tra aspettative e azione); questo disagio, del tutto comprensibile, deve essere superato e così facendo l’uomo potrà liberarsi, non pensare e finalmente consumare.

La pubblicità può essere descritta come la scienza di fermare l’intelligenza umana abbastanza a lungo da ricavarne denaro”   S. Leacock

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Determinismo e caos

Non credo che tutto accada soltanto per caso, così come non ritengo nemmeno sia possibile che tutto sia rigidamente “predestinato“. Nessuno di questi due aspetti presumo sia vero in assoluto. Condivido, invece, il pensiero di Popper quando afferma che la creatività permette all’essere umano di intervenire nel mondo, di immettervi qualcosa di nuovo. Dunque, usando le parole del filosofo, “il nostro futuro è aperto”, ossia libero. Eppure certe leggi scientifiche sembrerebbero dimostrare il contrario. Mi pare, però, sia ingenuo voler sostenere che la conoscenza scientifica possa dare una descrizione esaustiva e definitiva della natura. Essa procede per modelli che possono essere resi sempre più gnoseologicamente adeguati rispetto ai nuovi orizzonti in cui la realtà si manifesta. Essendo, appunto, modelli non possono pretendere di definirsi come conoscenza assoluta, bensì come una comprensione definita, ma non definitiva. La realtà, quella percepita coi propri sensi e letta in chiave delle esperienze personali, è molto più ricca del singolo punto di vista: le molteplici facce con cui essa si rivela agiscono in un contesto variabile. Forse l’unico espediente all’incubo del determinismo e del caos consiste proprio nel cambiare prospettiva. Il problema è che essi vengono considerati come opposti assoluti e che, pertanto, si escludono a vicenda. Determinismo e caos, contrapponendosi a vicenda, non riescono a spiegare e comprendere la complessità del reale. Considerare la questione in modo  dualistico è riduttivo: occorrerebbe pensare alla realtà come ad una totalità priva di confini o categorie definiti.

Strano come il potere creativo metta immediatamente in ordine l’intero universo.” Virginia Woolf

Dialogo interiore

Quasi nessuno possiede i propri pensieri, al contrario sono essi a dominare la mente nel caotico sottofondo che assomiglia all’infinita eco dell’ego. In un mondo ossessionato dalla socializzazione e dalla comunicazione coatta, ciò che rimane delle parole è solamente l’ombra dell’intenzione, in qualche modo repressa, nel momento di esprimersi. L’ossessionante, inarrestabile dialogo interiore sfibra l’anima e il corpo, i pensieri inutili, così, ricavano energia da loro stessi in un riciclo inesauribile e alternanza esasperante di brevi gioire e paure ammonitrici. Il riflesso del Sè lo si ravvisa sempre nella personalità, spesso percepita come disarmonica, non in sintonia, con quell’unica nota che emerge da una profondità ignota, ma riconosciuta come la più autentica.