Schiavi dell’algoritmo

La creazione di un micro-universo personale in cui si percepisce una realtà appagante e tranquillizzante, implica, anche, una solitudine di fondo, proprio per la quasi impossibilità di condivsione delle idee, nonchè la creazione di una realtà fittizia e mediata attraverso filtri inconsapevoli, di una selezione dell’informazione a priori che agisce perseguendo il fine di imprimere nella massa cambiamenti (o costruzione) di un’opinione. Chiunque non sia disposto a faticare intellettualmente e a mettere in dubbio le proprie convinzioni, adulate da algoritmi che creano bolle di illusione, è destinato ad essere preda dell’emotività più devastante, dell’opinione diffusa, elargita al grande pubblico e, per questo, condivisibile, inoppugnabile. Cosí i motori di ricerca e i social interagiscono inevitabilmente nel senso più ampio dell’antropologia comunicativa. Non è solo una questione di pubblicità o di marketing, poichè ciò implica aspetti antropologici, appunto. Se il mondo che appare in rete, riferito al micro-universo personale, scaturisce da ciò che i filtri e gli algoritmi hanno scelto e, come se non bastasse, se tutto quello che ne deriva conferma le tesi delle proprie idee, allora non ha senso il termine progredire così come non ha senso la parola ricerca perché ne mancano i presupposti. L’algoritmo altera la realtà e la adatta a ciò che è contenuto nella propria bolla di illusione; il micro-universo diventa un mondo autarchico che si autorigenera compiacendosi della propria cecità.

Leggere o guardare?

L’ identità personale si tramuta in un “io” che non rispecchia se stessa e,anzi, se ne discosta, poiché tutto ciò che viene fatto è suggerito da immagini, suoni, messaggi ripetuti da un main stream completamente fasullo. Se l’identità é intrattenimento dell’essere su se stesso, nell’ epoca dell’intrattenimento, nasce, di conseguenza, la necessità di creare un “io” artificiale, un subiectum sociale e di massa con cui intrattenere gli stessi soggetti. La parola scritta che per sua natura necessita di una riflessione postuma, diventa così un inutile zavorra, un mezzo di comunicazione obsoleto. L’immagine, quindi, sostituisce la parola (soprattutto quella scritta); l’emozione e l’evocazione di sentimenti privi di qualsiasi accostamento logico rimpiazzano il ragionamento, la capacità di astrazione e l’elaborazione del pensiero critico. L’immagine sintetizza e non approfondisce,  smembra la realtà e la parcellizza, cristallizzandola, in attimi distinti l’uno dall’altro; essa diventa la perfetta cornice del messaggio che si desidera diffondere. Guardare, dunque, e non più leggere per comprendere parrebbe la nuova tendenza dell’informazione usa e getta.

“La televisione non è soltanto strumento di comunicazione; è anche, al tempo stesso, paideia, uno strumento antropogenetico, un medium che genera un nuovo ànthropos, un nuovo tipo di essere umano.” G.Sartori

La ramificazione dell’ignoranza

Luca e Chiara sono studenti universitari fuoricorso, tuttavia non sono affetti da quella sindrome subdola e mefitica che si chiama ignoranza. Ma la categoria sicuramente più pericolosa è quella dell’ignorante inconsapevole, quello che deforma ogni logica mentale. Ecco queste distorsioni, sinonimi quasi di pregiudizi, si chiamano bias. Il risultato è una errata interpretazione delle informazioni per cui l’errore è inevitabile. Il bias, contribuendo alla formazione del giudizio, può influenzare un’ideologia, un atteggiamento, una valutazione, e quindi un comportamento.

Il Dunning-Kruger Effect riguarda le persone che traggono conclusioni errate facendo scelte sbagliate. Di conseguenza la loro incompetenza li priva della capacità cognitiva di realizzarlo. Gli incompetenti, infatti, soffrono di superiorità illusoria, considerandosi superiori alla media, molto più di quanto non siano in realtà. Al contrario, le persone competenti sottovalutano le loro capacità, e soffrono di inferiorità illusoria. Il fenomeno spiega anche perché la competenza vera possa indebolire la fiducia in sé stessi, in quanto queste ultime presumono che gli altri abbiano un livello di comprensione e abilità almeno equivalente alle loro. “Se ne desume che la distorsione cognitiva degli incompetenti deriva da un errore di valutazione su sé stessi, mentre la distorsione cognitiva dei competenti deriva da un giudizio errato sugli altri”L’intera teoria spiegherebbe il fenomeno chiamato: “above-average effect“: le persone incompetenti, quindi, tendono a sovrastimare le proprie abilità (studenti, manager, professionisti, dirigenti, eccetera).

Continue reading “La ramificazione dell’ignoranza”