Dogmi

Jung definì il dogmatismo “un cattivo funzionamento del pensiero in cui, quanto più i sentimenti sono rimossi, tanto maggiore è l’influenza dannosa che essi esercitano segretamente sul pensiero, il quale altrimenti funzionerebbe perfettamente. Il punto di vista intellettuale… per effetto dell’inconscia suscettibilità personale… diventa rigidamente dogmatico. L’autoaffermazione della personalità si trasferisce sul pensiero… Il critico viene stroncato, magari con invettive dirette alla sua persona, e non vi è argomento, per cattivo che sia, cui non si faccia ricorso… Tutte le tendenze psichiche che vengono rimosse dall’atteggiamento dogmatico si raggruppano nell’inconscio come antitesi e determinano l’insorgere di dubbi. Per difendersi dal dubbio l’atteggiamento cosciente diviene fanatico, giacché il fanatismo altro non è se non un dubbio iper-comopensato.”

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Schiavi dell’algoritmo

La creazione di un micro-universo personale in cui si percepisce una realtà appagante e tranquillizzante, implica, anche, una solitudine di fondo, proprio per la quasi impossibilità di condivsione delle idee, nonchè la creazione di una realtà fittizia e mediata attraverso filtri inconsapevoli, di una selezione dell’informazione a priori che agisce perseguendo il fine di imprimere nella massa cambiamenti (o costruzione) di un’opinione. Chiunque non sia disposto a faticare intellettualmente e a mettere in dubbio le proprie convinzioni, adulate da algoritmi che creano bolle di illusione, è destinato ad essere preda dell’emotività più devastante, dell’opinione diffusa, elargita al grande pubblico e, per questo, condivisibile, inoppugnabile. Cosí i motori di ricerca e i social interagiscono inevitabilmente nel senso più ampio dell’antropologia comunicativa. Non è solo una questione di pubblicità o di marketing, poichè ciò implica aspetti antropologici, appunto. Se il mondo che appare in rete, riferito al micro-universo personale, scaturisce da ciò che i filtri e gli algoritmi hanno scelto e, come se non bastasse, se tutto quello che ne deriva conferma le tesi delle proprie idee, allora non ha senso il termine progredire così come non ha senso la parola ricerca perché ne mancano i presupposti. L’algoritmo altera la realtà e la adatta a ciò che è contenuto nella propria bolla di illusione; il micro-universo diventa un mondo autarchico che si autorigenera compiacendosi della propria cecità.

Leggere o guardare?

L’ identità personale si tramuta in un “io” che non rispecchia se stessa e,anzi, se ne discosta, poiché tutto ciò che viene fatto è suggerito da immagini, suoni, messaggi ripetuti da un main stream completamente fasullo. Se l’identità é intrattenimento dell’essere su se stesso, nell’ epoca dell’intrattenimento, nasce, di conseguenza, la necessità di creare un “io” artificiale, un subiectum sociale e di massa con cui intrattenere gli stessi soggetti. La parola scritta che per sua natura necessita di una riflessione postuma, diventa così un inutile zavorra, un mezzo di comunicazione obsoleto. L’immagine, quindi, sostituisce la parola (soprattutto quella scritta); l’emozione e l’evocazione di sentimenti privi di qualsiasi accostamento logico rimpiazzano il ragionamento, la capacità di astrazione e l’elaborazione del pensiero critico. L’immagine sintetizza e non approfondisce,  smembra la realtà e la parcellizza, cristallizzandola, in attimi distinti l’uno dall’altro; essa diventa la perfetta cornice del messaggio che si desidera diffondere. Guardare, dunque, e non più leggere per comprendere parrebbe la nuova tendenza dell’informazione usa e getta.

“La televisione non è soltanto strumento di comunicazione; è anche, al tempo stesso, paideia, uno strumento antropogenetico, un medium che genera un nuovo ànthropos, un nuovo tipo di essere umano.” G.Sartori