Antropocentrismo: ontologia umano-specifica

Esistono due dogmi che riguardano l’antropocentrismo, sistema metafisico secondo cui l’Homo Sapiens, abbia un qualche tipo di relazione privilegiata con gli oggetti del mondo. I suoi due dogmi sono: che sia impossibile uscirne; che lo stesso tentativo di uscirne sia esso stesso antropocentrico, quindi più forte paradossalmente. Il primo dogma si basa sulla sua struttura cognitiva: non è possibile pensare come se non si fosse colui che sta pensando (chiusura). In realtà l’antropocentrismo è una descrizione dell’umano o, più precisamente, una metafisica: esso è centrato, moralmente isolato e sconnesso dal resto del vivente. Esistono almeno due tipi di antropocentrismo: una versione secondo cui l’uomo sia portato a vedere le cose del mondo dalla sua immagine specie-specifica, e una che deriva da questa, ossia l’idea che il proprio modo di vedere le cose sia anche il migliore se non, talvolta, addirittura l’unico. Quindi, la maggior parte delle tassonomie ontologiche, in gergo tecnico “gli inventari del mondo”, siano in realtà inventari del mondo dell’Homo Sapiens e, dunque, il risultato non sarebbe mai un’ontologia in quanto tale, ma una ontologia umano-specifica.

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Il potere delle parole

Esistono angoli inaccessibili, confinati in recinti spinosi formati da parole incomprensibili. Il potere, quello vero, si nasconde dietro alle terminologie e ai significati che lo nutrono e al tempo stesso proteggono da incursioni indesiderate. Il gergo degli esperti, dei dotti e degli accademici altro non è che una forma di protezionismo autoreferenziale per mantenere uno status quo atto a escludere la maggioranza. Il potere – e di conseguenza il suo esercizio- passa attraverso le parole e il loro significato. L’ignoranza, di conseguenza, esclude e sottomette l’uomo, mentre l’inconsapevolezza anestetizza nell’illusione di conoscere.

“Certe parole sembrano possedere un potere magico formidabile. Migliaia di uomini si son fatti uccidere per parole di non hanno mai compreso il significato, e spesso anche per parole che non hanno nessun significato.” Gustave Le Bon

Dogmi

Jung definì il dogmatismo “un cattivo funzionamento del pensiero in cui, quanto più i sentimenti sono rimossi, tanto maggiore è l’influenza dannosa che essi esercitano segretamente sul pensiero, il quale altrimenti funzionerebbe perfettamente. Il punto di vista intellettuale… per effetto dell’inconscia suscettibilità personale… diventa rigidamente dogmatico. L’autoaffermazione della personalità si trasferisce sul pensiero… Il critico viene stroncato, magari con invettive dirette alla sua persona, e non vi è argomento, per cattivo che sia, cui non si faccia ricorso… Tutte le tendenze psichiche che vengono rimosse dall’atteggiamento dogmatico si raggruppano nell’inconscio come antitesi e determinano l’insorgere di dubbi. Per difendersi dal dubbio l’atteggiamento cosciente diviene fanatico, giacché il fanatismo altro non è se non un dubbio iper-comopensato.”

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