Il potere delle parole

Esistono angoli inaccessibili, confinati in recinti spinosi formati da parole incomprensibili. Il potere, quello vero, si nasconde dietro alle terminologie e ai significati che lo nutrono e al tempo stesso proteggono da incursioni indesiderate. Il gergo degli esperti, dei dotti e degli accademici altro non è che una forma di protezionismo autoreferenziale per mantenere uno status quo atto a escludere la maggioranza. Il potere – e di conseguenza il suo esercizio- passa attraverso le parole e il loro significato. L’ignoranza, di conseguenza, esclude e sottomette l’uomo, mentre l’inconsapevolezza anestetizza nell’illusione di conoscere.

“Certe parole sembrano possedere un potere magico formidabile. Migliaia di uomini si son fatti uccidere per parole di non hanno mai compreso il significato, e spesso anche per parole che non hanno nessun significato.” Gustave Le Bon

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Dogmi

Jung definì il dogmatismo “un cattivo funzionamento del pensiero in cui, quanto più i sentimenti sono rimossi, tanto maggiore è l’influenza dannosa che essi esercitano segretamente sul pensiero, il quale altrimenti funzionerebbe perfettamente. Il punto di vista intellettuale… per effetto dell’inconscia suscettibilità personale… diventa rigidamente dogmatico. L’autoaffermazione della personalità si trasferisce sul pensiero… Il critico viene stroncato, magari con invettive dirette alla sua persona, e non vi è argomento, per cattivo che sia, cui non si faccia ricorso… Tutte le tendenze psichiche che vengono rimosse dall’atteggiamento dogmatico si raggruppano nell’inconscio come antitesi e determinano l’insorgere di dubbi. Per difendersi dal dubbio l’atteggiamento cosciente diviene fanatico, giacché il fanatismo altro non è se non un dubbio iper-comopensato.”

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Schiavi dell’algoritmo

La creazione di un micro-universo personale in cui si percepisce una realtà appagante e tranquillizzante, implica, anche, una solitudine di fondo, proprio per la quasi impossibilità di condivsione delle idee, nonchè la creazione di una realtà fittizia e mediata attraverso filtri inconsapevoli, di una selezione dell’informazione a priori che agisce perseguendo il fine di imprimere nella massa cambiamenti (o costruzione) di un’opinione. Chiunque non sia disposto a faticare intellettualmente e a mettere in dubbio le proprie convinzioni, adulate da algoritmi che creano bolle di illusione, è destinato ad essere preda dell’emotività più devastante, dell’opinione diffusa, elargita al grande pubblico e, per questo, condivisibile, inoppugnabile. Cosí i motori di ricerca e i social interagiscono inevitabilmente nel senso più ampio dell’antropologia comunicativa. Non è solo una questione di pubblicità o di marketing, poichè ciò implica aspetti antropologici, appunto. Se il mondo che appare in rete, riferito al micro-universo personale, scaturisce da ciò che i filtri e gli algoritmi hanno scelto e, come se non bastasse, se tutto quello che ne deriva conferma le tesi delle proprie idee, allora non ha senso il termine progredire così come non ha senso la parola ricerca perché ne mancano i presupposti. L’algoritmo altera la realtà e la adatta a ciò che è contenuto nella propria bolla di illusione; il micro-universo diventa un mondo autarchico che si autorigenera compiacendosi della propria cecità.