A Genova

Perché Genova è una città strana, policroma, cacofonica, che scorre in lunghezza, come un fiume da cui si diramano rigagnoli di quartieri, ognuno con la propria orgogliosa identità. Una città dalle infinite sfaccettature che si mostrano soltanto a coloro che hanno la pazienza di soffermarsi sui dettagli, a chi ha la curiosità e l’intraprendenza di svoltare seguendo l’istinto. Esistono angoli fuori dal tempo, dalle atmosfere caliginose, dai colori vittoriani; altri, invece, saturi di un riverbero quasi accecante che ricorda le assolate isole nel sud del Meditterraneo. Rioni che sembrano sperduti, arrampicati sui monti, a picco sul mare oppure in equilibrio precario sullo strapiombo conico di una piccola valle che serpeggia seguendo il torrente. Ciò che rimane di antichi borghi, oramai inglobati, radunati intorno ad una chiesa medievale, stretti l’uno all’altro come per scongiurare l’arrivo di una catastrofe. Spiritualità accessibile al pubblico, misticismo garbato e rispetto reverenziale di un sobborgo, una volta in aperta campagna, in cui si manifesterebbe, lontana dal rumore, dal caos e immersa in una natura addomesticata, l’essenza pura della Santa Vergine.

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Raggi di sole

Per arrivare fino in fondo, dentro all’essenza vitale del vicolo, i raggi del sole devono ridiscendere, rasente ai muri ripidi e suscettibili; schivare, senza disturbare, le arcate di pietra viva  che sostengono il peso delle anguste costruzioni, tramite i loro esili bracci e lasciarsi alle spalle la linea sottile di cielo azzurro. Scendono diritti, come speleologi intrepidi e curiosi, come paracadutisti eroici, giù, sempre più verso il basso, evitando di incontrare le finestre presuntuose con le persiane socchiuse, ostili  e diffidenti, appese come quadri impressionisti sui muri, tra cespi di basilico, di origano e salvia, piantati dentro pentole di alluminio ai davanzali. Scendere a zigzag tra la folla di panni stesi e farsi largo fino al selciato un po’ sconnesso, un tempo lastricato di pietre scure che sfidavano le intemperie. Arrivare alla meta e spegnersi subito nell’inclinazione innaturale di una meridiana immaginaria.

Niente di diverso

Anche questa sera non ho visto niente di diverso, eppure avevo come una sensazione di presagio. Una strana atmosfera si svestiva di un preludio impreciso e lasciava intravedere uno spiraglio rossastro tra le nubi all’orizzonte. Relitti di pensieri alla deriva, in balia della corrente del mare; lampioni spenti, muti, come i riflessi delle luci intermittenti delle vetrine. Una sedia senza schienale era abbandonata vicino ad un cassonetto, un gatto si leccava la coda davanti ad un portone scrostato rappresentavano tutto ciò che, paradossalmente, mi è consueto. Un uomo era addormentato dentro alla sua coperta di cartone, una bottiglia di vetro verde rotolava sull’asfalto bagnato indifferente ai passanti che la evitavano, un ragazzo fischiava una canzone triste saltellando; risate senza identità echeggiavano rimbalzando sui muri. Nessuna cosa è fuori posto, tutto ha lo stesso sapore, umore, del giorno prima e di quello prima ancora e così a ritroso all’infinito.  Sera pallida e umida, palazzi silenziosi circondano la via come per proteggerla dal vento, latrati di cani in lontananza, rumore metallico delle saracinesche che vengono abbassate in questa città che serpeggia lungo la costa e accovacciata sotto la catasta sparsa di piccoli monti verdi.