Solo un sorriso

Desidero soltanto potermi sedere vicino alla porta di uscita del bus. Sto in piedi a malapena e sono terrorizzata da ogni possibile frenata brusca, ogni sobbalzo imprevisto e improvviso che potrebbero, ognuno indifferente mente dall’altro, farmi cadere a terra. Il sedile di fonte a me non rimane libero a lungo. Una donna dal volto serio e impassibile assume subito una posizione di difesa nei miei confronti. Ogni tanto gli sguardi si incrociano per poi fuggire altrove, quasi con imbarazzo per aver violato uno spazio, un confine invisibile e immaginario in cui è proibito cercare di indovinare i pensieri altrui. L’autista guida veloce e non si cura affatto dei passeggeri che, ad ogni curva che sale e si inerpica sempre più in alto, cercano di mantenere l’equilibrio con difficoltà. Mi tengo con una mano alla base del sedile per non scontrare le ginocchia di colei che mi ignora, quando, ad un tratto, all’ennesima curva a gomito, la borsa che è appoggiata di fianco alla donna che ceca di mantenere una neutralità e un distacco garbato, cade sui miei piedi.

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Venenum in diebus nostris

Vivere al di fuori di se stessi, proiettati verso l’esteriorità. Guardare fuori, mai all’interno e identificarsi con qualsiasi cosa tranne che con se stessi. L’esteriore introiettato viene scambiato per ciò che si è, per ciò che si potrebbe diventare, se solamente si avesse il coraggio di abbandonare la superficie piatta dell’insoddisfazione. I processi di identificazione risiedono all’esterno dell’essere umano e ogni avvenimento è percepito come personale. Avvelenare la vita con piccole dosi di infelicità e invidia verso coloro i quali portano il medesimo e pesante fardello dell’esistenza richiama altra amarezza. Il malessere organico di questi sentimenti si manifesta tramite un’aggressività compulsiva, con un’irrazionalità becera o con una estenuante malinconia. Così l’occhio si posa su quello che vuole vedere anche se non esiste, per giustificare, forse, la propria meschinità.

Ciò che rende terribile questo mondo è che mettiamo la stessa passione nel cercare di essere felici e nell’impedire che gli altri lo siano.
Conte di Rivarol

Egoismo autoreferenziale

Amalfi, 7 Giugno 1932

Carissima B…,

non utilizzerò scorciatoie linguistiche e nemmeno adopererò parole inutili o, peggio ancora, simulatrici e fraudolente per scriverti. Quel “Carissima” che svetta sul bianco del foglio, in alto e a sinistra, non è una consuetudine e nemmeno vuole essere adulatorio, sebbene sia un superlativo assoluto: esso sta a significare una vicinanza sincera. Nel mentre che sto scrivendo, se dovessi ravvisare soltanto un accenno di egoismo autoreferenziale, non oserei proseguire ancora. Sono seduta in treno: di fronte a me una donna né bella e né giovane, col viso tormentato, pallido quasi ceruleo, un foulard dai colori accesi sul collo e un berretto nero di lana traforato che lascia intravedere a malapena il biondo dei capelli; il suo compagno di viaggio, più giovane, abile conversatore intento a sistemare i bagagli nuovi in modo da non danneggiarli; un’altra donna, seduta vicino a me, con i capelli grigi, gli occhi accesi e lo sguardo agile e curioso. Immagina, dunque, la scena: le due donne iniziano a scrutarsi cercando, forse, di riconoscere i propri difetti l’una dell’altra, come per volersi consolare. Mentre mi sforzo di sorridere a chi mi sta di fronte, sperimentando un’inutile quanto improponibile socievolezza, rifuggo ancora di più dentro me stessa. Mi accingo, perciò, a scriverti lasciando intendere a ciascuno di loro che non sarei stata di disturbo per il resto del viaggio. Meglio tacere dunque e lasciare l’eloquio al giovane uomo che pare ansioso di piacere a tutti; ma sono sempre convinta che i discorsi non avvicinano affatto le persone, non consolidano le relazioni ma, anzi, le deteriorano. Per questo motivo preferisco le lettere, per non usurpare uno spazio interiore che non mi appartiene. Quando vorrai leggerai, senza l’obbligo formale di ascoltare, di rispondere, di fingere interesse, di far trapelare una comunanza inesistente.

Ho una pessima grafia, lo so: è il pensiero che corre più veloce della mano. I continui sballottamenti del treno, i repentini cambi di binario, gli involontari sfioramenti, il vociare confuso nello scompartimento, il paesaggio che si rincorre senza mai raggiungersi, mi distraggono e inducono ad accelerare il ritmo della scrittura. D’altro canto quando la calligrafia è pessima e disordinata, tanto più il suo significato e contenuto è importante. Così, vedo te, amica mia, forse l’unica sincera, nell’attimo in cui sopravviene, al postino che suona, un pensiero che assomiglia a un presagio. Auguro di cuore che la tua volontà, riconquistatasi un posto d’onore tra i desideri, non ceda al confortevole ritornello dell’incertezza ma, al contrario, riprendesse le redini con impeto e determinatezza. Possa tu ritornare padrona della tua vita.

Con affetto sincero,

F…