Massificazione della felicità

La società attuale fagocita tutto ciò che è materiale ed espelle pertanto, attraverso un acclamato nichilismo, qualsiasi anelito trascendentale dell’essere umano. Abbandonata la spiritualità, perché percepita come un peso, come un fardello inutile e insulso, come un ostacolo per la propria libera espressione, l’uomo moderno ricerca il fine dell’esistenza (della propria esistenza), nel tempo e nella casualità aberrante e ignota. Tagliate le radici metafisiche della propria identità, si finisce per illudersi che la felicità possa essere trovata nell’avere, nel piacere, nel benessere esteriore. Una felicità relativamente a buon mercato, sponsorizzata, pubblicizzata e venduta come merce attraverso le leggi della domanda e offerta, massificata e globalizzata per l’appunto.

Le istituzioni politiche e sociali, inoltre, favoriscono e inducono a realizzare una soddisfazione di tipo edonistico e materiale, ma, quanto più questo miraggio viene inseguito, tanto più vengono percepiti problemi psichici ed esistenziali che si concretizzano con l’esatto contrario della effimera e volubile idea di felicità. La diffusione di una concezione edonistica favorisce, quindi, l’individualismo radicale e l’egoismo materialistico ed utilitaristico, perciò l’esistenza stessa viene orientata esclusivamente al piacere immediato, impegnando ogni azione per produrre e acquisire i mezzi per conseguire il tanto ambito “benessere”. In questa prospettiva non si potrà che assistere ad un’esponenziale crescita dell’avidità per il denaro; la società, avente un carattere esclusivamente di tipo economico e proporrà  tale orientamento per ogni individuo, finalizzato a perseguire la chimera finale, mendace e tirannica, di una idea reazionaria di felicità.

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Solo un sorriso

Desidero soltanto potermi sedere vicino alla porta di uscita del bus. Sto in piedi a malapena e sono terrorizzata da ogni possibile frenata brusca, ogni sobbalzo imprevisto e improvviso che potrebbero, ognuno indifferente mente dall’altro, farmi cadere a terra. Il sedile di fonte a me non rimane libero a lungo. Una donna dal volto serio e impassibile assume subito una posizione di difesa nei miei confronti. Ogni tanto gli sguardi si incrociano per poi fuggire altrove, quasi con imbarazzo per aver violato uno spazio, un confine invisibile e immaginario in cui è proibito cercare di indovinare i pensieri altrui. L’autista guida veloce e non si cura affatto dei passeggeri che, ad ogni curva che sale e si inerpica sempre più in alto, cercano di mantenere l’equilibrio con difficoltà. Mi tengo con una mano alla base del sedile per non scontrare le ginocchia di colei che mi ignora, quando, ad un tratto, all’ennesima curva a gomito, la borsa che è appoggiata di fianco alla donna che ceca di mantenere una neutralità e un distacco garbato, cade sui miei piedi.

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Dogmi

Jung definì il dogmatismo “un cattivo funzionamento del pensiero in cui, quanto più i sentimenti sono rimossi, tanto maggiore è l’influenza dannosa che essi esercitano segretamente sul pensiero, il quale altrimenti funzionerebbe perfettamente. Il punto di vista intellettuale… per effetto dell’inconscia suscettibilità personale… diventa rigidamente dogmatico. L’autoaffermazione della personalità si trasferisce sul pensiero… Il critico viene stroncato, magari con invettive dirette alla sua persona, e non vi è argomento, per cattivo che sia, cui non si faccia ricorso… Tutte le tendenze psichiche che vengono rimosse dall’atteggiamento dogmatico si raggruppano nell’inconscio come antitesi e determinano l’insorgere di dubbi. Per difendersi dal dubbio l’atteggiamento cosciente diviene fanatico, giacché il fanatismo altro non è se non un dubbio iper-comopensato.”

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