Black Mirror

Lo schermo nero e muto, in cui il riflesso di se stessi viene distorto e catturato. Un portale magico che si spalanca verso il mondo; una finestra che non è mai chiusa completamente. Il tramite tra due mondi che si intrecciano e si confondono: reale e virtuale. Lo specchio nero non riflette l’immagine, ma ne imprigiona l’essenza e diventa indispensabile nel momento in cui la debolezza umana si lascia soggiogare, adulare, da false promesse. Lo specchio nero, si dice, abbia poteri divinatori, così come la tecnologia che lo rappresenta e sia in grado di mettere in contatto due dimensioni, aprendo la strada verso l’ignoto; esso, se viene usato spesso, acquista una specie di anima propria che diventa sempre più potente. Lo schermo, come lo specchio nero, mostra quello che vuole, quello che si vuole vedere; la realtà si mescola alla fantasia in un turbinio delirante, l’orizzonte si allontana e ci si perde in un sogno lucido.

“A volte mi chiedo se la realtà esiste davvero, se c’è veramente una natura delle cose, obiettiva e intatta. O se tutto ciò che ci accade è già modificato in anticipo dalla nostra immaginazione. Se sognando qualcosa gli diamo vita.” Chitra Banerjee Divakaruni

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Sorrisi

Il sorriso racchiude un messaggio di benvenuto, un suggerimento  di benevolenza e un’occasione di accoglienza. Sorrisi aperti, quasi spalancati nell’atto di fagocitare ogni cosa e, più che esprimere, sembrano voler prendere. Meglio ritrarsi, retrocedere e rispondere timidamente a labbra serrate, accennando appena un consenso minuto, esile e traballante. Altri sorrisi di circostanza, distanti, distratti e ritrosi come certi fiori che sbocciano solo di sera, quando la luce del giorno si affievolisce. Sorrisi amari, sarcastici che lasciano una scia di acredine nell’aria; evitarli è l’unica via,  fuggirli allontanandosi per non restare contagiati. Sorrisi vuoti, tristi che non riescono a travestirsi, a farsi belli, perché gli occhi sono spenti, assenti e non partecipano. Occhi lucidi, acquosi, dai toni azzurrati che sanno di malinconia. Sorrisi meschini, calcolatori, menzogneri che si trasformano in un mero rituale sociale, se non addirittura pura strategia per ottenere determinati risultati. E poi esistono quelli spontanei, semplici che emanano un profumo di gaiezza, un’aroma sovrannaturale che è raro incontrare.

Dimensioni della bellezza

Le ipotesi più rocambolesche e spericolate sulla bellezza  -concetto di per sé alquanto soggettivo- sostengono una correlazione inversamente proporzionale fra il minimo lasso di tempo a disposizione per contestualizzarla e l’immediata percezione della medesima. La bellezza, quindi, per esprimersi non si potrebbe privare del contributo significativo dell’apparenza ma, con altrettanta intransigenza, non potrebbe essere confusa soltanto con essa. Vi è, inoltre, un fondamento della bellezza che deve permanere e non può essere confuso con l’apparenza: quella eterea, avulsa dalla realtà, dal tempo che passa e dalle mode che si susseguono. Esistono, in tal modo, due dimensioni della bellezza: forme  abbaglianti e stroboscopiche di una fascinazione irresistibile e una seconda, ossia quella travolgente, che coincide con l’apparenza stessa. La bellezza non può diventare oggetto di una riflessione, ma è solo una condizione casuale e vissuta su cui è irrimediabilmente irrilevante soffermarsi a riflettere e speculare. La caducità è una condizione che non può essere né elusa, né trascesa dal pensiero e dalla logica. L’incanto della bellezza e lo spauracchio della caducità, si rafforzano reciprocamente. L’intensità della bellezza è direttamente proporzionale al suo ineluttabile ed inevitabile tramonto; e l’esperienza del declino è altrettanto proporzionale al fascino abbagliante e smisurato dell’immediatezza del bello.