La civiltà nella cooperazione

Non vi è miglior prova del progresso della civiltà che quella del progresso della cooperazione” J.S. Mill 1836

Nell’ottica della tutela della salute umana (diritto peraltro sancito dalla Costituzione all’Art.32) si evidenzia come necessaria una cooperazione, intesa come integrazione dei processi assistenziali tra le prestazioni sanitarie e le azioni di protezione sociale. Sebbene questo concetto contenga nobili intenzioni, di fatto la sua attuazione pratica non è così semplice, soprattutto a causa dell’interpretazione aziendalistica delle strutture pubbliche (e non). I cambiamenti sociali repentini hanno reso maggiormente manifesti i sintomi di fragilità dell’utenza del SSN. La solitudine – specialmente per quanto riguarda le persone anziane e quelle colpite da disabilità fisica o psichica, i pazienti terminali, ecc – potrebbe diventare, se non lo fosse già, il nuovo male del secolo. Si dovrebbe, quindi, sentire l’esigenza (dal punto di vista umano ed empatico) di proteggere tali categorie di persone. Colui che legifera, però, pare sempre più distante- nonostante la pianificazione capillare delle organizzazioni, servizi e strutture che agiscono sul territorio- dalla realtà sociosanitaria, quasi come se quest’ultima fosse soltanto un sintomo aleatorio e probabilistico, piuttosto che una realtà concreta e tangibile. Per quanto riguarda le prestazioni sociosanitarie ad elevata integrazione sanitaria  rappresentano lo specchio di tale discrepanza. L’intensità stessa della componente sanitaria riguarda, appunto, le aree di fragilità sopracitate. Se l’Azienda Sanitaria, in senso lato, risponde alle caratteristiche ed agisce in termini di efficacia, efficienza ed economicità come se fosse un’azienda qualsiasi, allora si intuisce come quest’ultimo fattore sia, senza ombra di dubbio, determinante e come questo sbilanci l’assetto organizzativo stesso, ma esso è anche rappresentativo di come la risultante di tali forze opposte sia spesso traducibile in uno o più disservizi. La cooperazione, perciò, potrebbe essere la risposta migliore, purché intesa nel suo significato più ampio e non solo a fini utilitaristici, i quali non tengono conto del valore umano, sociale ed emotivo del prendersi cura del prossimo, inteso come essere umano nella sua totalità.

Affetto per procura

Sarà che la sindrome del nido vuoto assomiglia più ad una pandemia i cui sintomi si manifestano prima rispetto ad un passato piuttosto recente; e forse il valore aggiunto -o aggiuntivo- della compagnia assume il significato atavico di colmare una mancanza. Entrano in scena, quindi, gli animali domestici che assolvono a questa specifica funzione e compensano, in maniera parziale, tutte le relazioni insoddisfacenti (umane e non). Gli animali offrono un “servizio” disinteressato, privo di condizionamenti, di competizioni assurde o di dissapori. L’affetto per procura rispecchia ciò che in realtà si va a sostituire, ossia i rapporti e le relazioni tra esseri umani. Sono anche persone per procura che riempiono un vuoto, diventano un surrogato umano senza aver bisogno di adoperarne il linguaggio. Leggevo, tempo fa, un articolo in cui la cosiddetta pet- therapy è stata adottata nei reparti psichiatrici in cui alcuni pazienti rifiutavano ogni comunicazione. Ebbene gli stessi pazienti erano, invece, disposti a parlare con cani o gatti; ed una volta aperto questo canale i medici riuscivano ad instaurare un dialogo con loro. Che dire, allora, della solitudine, della noia, della routine disumanizzante delle case di riposo? I pazienti anziani di queste strutture trovavano sollievo adottando, per modo di dire, un animale da compagnia; e da questi legami affettivi nascevano e si istituivano rapporti più stretti anche con il personale. Insomma essi sono un supporto vivente per le persone fragili, afflitte da insicurezza nei rapporti coi loro simili. Questa risorsa dal valore inestimabile è racchiusa dietro a grandi (oppure piccoli) occhi acquosi che emanano dolcezza infinita.

Barattiamo le emozioni

Luca fa esperienza della vita nelle case di riposo per anziani. Si affeziona ad Enrica, che in gioventù era una cantante lirica, e tra loro si crea un legame di amicizia. Luca, col passare del tempo, si sente utile, inizia a comprendere che il suo lavoro non ha una funziona marginale, bensì catalizzante; la sua presenza è come aria fresca che entra all’interno di quelle mura. È un appuntamento atteso: biscotti in cambio di confidenze.

È difficile individuare l’inizio dell’età senile e il processo involutivo, poiché rimane un concetto arbitrario e parziale, dato che le classificazioni dell’inizio dell’anzianità si sono rivelate ingannevoli e superate sotto la spinta del prolungamento della vita umana. I confini sono sempre più sottili, più labili; gli orizzonti si allungano ma diventano sfocati. Occorre, poi, tenere presente che l’immagine di noi stessi è un riflesso di ciò che gli altri ci trasmettono. Soltanto nel contesto sociale, quindi, la parola “anziano” trova un senso preciso perché in essa si distinguono i valori che definiscono che cosa sia per l’uomo progresso o decadenza. La vecchiaia non è solo un fatto biologico è anche un fatto culturale.

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