Un po’ di pubblicità

La parola pubblicità sottende al significato di pubblico, inteso non nella forma giuridica del termine, ma a una moltitudine di individui. La pubblicità, intesa come messaggio commerciale, viene definita come “l’insieme di tutti i mezzi e modi usati allo scopo di segnalare l’esistenza e far conoscere le caratteristiche di prodotti, servizî, prestazioni di vario genere predisponendo i messaggi ritenuti più idonei per il tipo di mercato verso cui sono indirizzati” (Treccani). Tale definizione sembrerebbe del tutto innocua, ma se la si analizza in maniera non superficiale si noterebbe l’utilizzo dei termini “tutti i mezzi e modi” che vuol significare tutto o niente. I meccanismi persuasivi attirano l’attenzione dell’osservatore e ne manipolano i comportamenti alterandone i bisogni. L’ingegneria della costruzione dei finti bisogni è una scienza sofisticatissima che asseconda leggi di mercato; essa è creativa, falsamente lusinghiera e ammalia con promesse improbabili o mendaci. La comunicazione, se da una parte è razionale, in quanto descrive un prodotto (qualsiasi esso sia), dall’altra ne adultera il messaggio stesso utilizzando le emozioni che coinvolgono lo spettatore e lo trasportano in una dimensione quasi onirica. Il continuo bombardamento pubblicitario, breve, ripetitivo, incisivo, produce l’effetto di rinforzare sitemi di pensiero e di attese già assestati, di familiarizzare col prodotto e, quindi, renderlo meno distante dalla quotidianità, e dal vissuto dell’individuo. Egli deve riconoscersi nel prodotto, si deve superare l’impasse della dissonanza cognitiva, ossia l’incoerenza tra pensiero e azione (o tra aspettative e azione); questo disagio, del tutto comprensibile, deve essere superato e così facendo l’uomo potrà liberarsi, non pensare e finalmente consumare.

La pubblicità può essere descritta come la scienza di fermare l’intelligenza umana abbastanza a lungo da ricavarne denaro”   S. Leacock