Sincerità e spontaneità

La sincerità non è sempre sinonimo di spontaneità. La spontaneità non tollera la mediazione riflessiva: è diretta, primitiva, irrazionale; non è esattamente una virtù, bensì significa assecondare un impulso, è uno sfogo che spesso cela frustrazioni personali. La brutale franchezza spesso è causa, facendosi scudo dietro un’improbabile sincerità, gravi danni ai rapporti umani. La realtà ha molte facce e non è possibile essere sinceri rispetto a una e non sinceri rispetto a un’altra. Nessuno possiede la verità, bensì ognuno è immerso in essa (ne è parte) e non è possibile coglierne tutti gli aspetti contemporaneamente. Non è relativismo in senso lato che sottende la riduzione della verità ai punti di vista o alle interpretazioni soggettive. Non s’identifica con la spontaneità, ma assume valore se è consapevole e non impulsiva. La sincerità è soggettiva e non coincide con la verità universale; essa sa fermarsi davanti alla soglia del rispetto altrui, della prudenza, della gentilezza e della pazienza. Come ogni virtù si fa tiranna se è unica e assoluta. La sincerità non è la virtù regina, ha valore se non violenta altre virtù. Al poligono della verità corrisponde il politeismo delle virtù: le virtù si temperano a vicenda. Senza freni la sincerità è una virtù che sconfina nella malvagità.

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Milieu

Alcune terminologie sfoggiano l’abito più bello che possiedono per sottendere un concetto esecrabile. Ad esempio, l’espressione “risorse umane” mi è particolarmente odiosa poiché il vocabolo “risorsa” implica, senza ombra di dubbio, uno sfruttamento. Anche l’ambiente e le relative rappresentazioni di valore dei soggetti che lo abitano assumono un significato in termini di sviluppo e, quindi, speculazione. Il milieu che coincide con l’ambiente sociale, culturale ed economico sottende il risultato dell’integrazione tra esseri umani con la società e con il territorio. Analizzare il milieu nelle sue caratteristiche peculiari simboleggia, dunque, l’espressione “risorse umane” e territoriali. La demarcazione tra ciò che che è umano e quello che non lo è, seppur appartenente quest’ultimo ne sminuisce il significato spirituale, si riferisce esclusivamente al milieu e ne dissolve l’accezione dei valori ad esso attribuiti.

Affetto per procura

Sarà che la sindrome del nido vuoto assomiglia più ad una pandemia i cui sintomi si manifestano prima rispetto ad un passato piuttosto recente; e forse il valore aggiunto -o aggiuntivo- della compagnia assume il significato atavico di colmare una mancanza. Entrano in scena, quindi, gli animali domestici che assolvono a questa specifica funzione e compensano, in maniera parziale, tutte le relazioni insoddisfacenti (umane e non). Gli animali offrono un “servizio” disinteressato, privo di condizionamenti, di competizioni assurde o di dissapori. L’affetto per procura rispecchia ciò che in realtà si va a sostituire, ossia i rapporti e le relazioni tra esseri umani. Sono anche persone per procura che riempiono un vuoto, diventano un surrogato umano senza aver bisogno di adoperarne il linguaggio. Leggevo, tempo fa, un articolo in cui la cosiddetta pet- therapy è stata adottata nei reparti psichiatrici in cui alcuni pazienti rifiutavano ogni comunicazione. Ebbene gli stessi pazienti erano, invece, disposti a parlare con cani o gatti; ed una volta aperto questo canale i medici riuscivano ad instaurare un dialogo con loro. Che dire, allora, della solitudine, della noia, della routine disumanizzante delle case di riposo? I pazienti anziani di queste strutture trovavano sollievo adottando, per modo di dire, un animale da compagnia; e da questi legami affettivi nascevano e si istituivano rapporti più stretti anche con il personale. Insomma essi sono un supporto vivente per le persone fragili, afflitte da insicurezza nei rapporti coi loro simili. Questa risorsa dal valore inestimabile è racchiusa dietro a grandi (oppure piccoli) occhi acquosi che emanano dolcezza infinita.