Immagine riflessa

Era lì, proprio davanti a me, seduta con le gambe distrattamente accavallate e stava leggendo, senza alcun coinvolgimento, una rivista di moda. Per passare il tempo, ingannandolo come meglio potevo, buttavo lo sguardo qua e là, proprio come un’esca, nella speranza di agganciarmi a qualcosa. Nella grande sala d’attesa dell’aeroporto gli astanti davano segni d’impazienza: bambini che si rincorrevano tra le file di panchine metalliche traforate come merletti, ragazzi che ascoltavano musica sbadigliando, uomini e donne che chiacchieravano a bassa voce stringendosi le mani come per darsi coraggio prima dell’imbarco. Qualcuno si alzava per sgranchirsi le gambe, sicuro del fatto che per le prossime ore non sarebbe stato così fortunato, altri, invece, ammiravano il paesaggio della pista di cemento seguendo le manovre di decollo e atterraggio degli aerei. L’immensa vetrata, che separava la sala d’aspetto con l’esterno nel caotico andirivieni, contava numerose lastre di vetro, lustre a meraviglia, senza neanche una ditata sopra, senza un graffio o una macchia. Niente. La luce filtrava a suo piacimento, così ho indossato un paio di occhiali da sole per osservare senza farmi notare.

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Tassonomia delle solitudini

L’ordine può lusingare mostrando l’esteriorità, la propria apparenza effimera. Bisogno intrinseco che addomestica un senso di mancanza inesplicabile a parole. Potrebbe trattarsi di una tassonomia delle solitudini, non inteso come mera classificazione, poiché risulterebbe sempre incompleta e inverosimile. Le parole stesse circoscrivono, descrivono, si approssimano ad un significato, nella difficoltà di esprimere un qualcosa che è al limite e oltrepassa un archetipo. Esse si trovano in un non-luogo, oltre la soglia della solitudine stessa, ed è proprio in questo spazio ideale che trovano la loro forma. L’intimità dei pensieri, delle emozioni, diventa così una miniatura esattamente nella stessa maniera in cui ci si sente al sicuro in uno spazio che sentiamo davvero nostro: la casa, la stanza, un mobile, un cassetto chiuso, una fotografia, un ricordo. Ciò che si riesce a conservare nella solitudine esteriore potrà sopravvivere a dispetto dell’ordine delle cose.

Note a margine

Potrebbero essere definite la parte più inutile oppure un’irritante distrazione. Ma perché non ritenerle, invece, quella migliore? Le note a margine non sono altro che un sussurro impalpabile, una pausa che alleggerisce la tensione della lettura. È un mondo in corpo minore, garbato e discreto che non pretende nulla. Nella gerarchia sottintesa degli “ivi”, degli “ibid.”, dei “loc.”, “cit.” emergono le tracce del percorso mentale di chi le ha prodotte e pensate.

Le note che nascono dall’idea, dalla volontà di esplicare, mi attraggono; le percepisco come un dono personale e, proprio per questo motivo, distribuiscono spesso verità preziose. Ognuna, poi, ha la propria personalità che ricalca quella dell’autore stesso: meticolose, informative, a volte superflue, alcune timidamente autoreferenziali, altre spocchiose, sino a quelle esplicitamente ruffiane. E poi esistono le note lunghe di cui ammiro il coraggio; apprezzo lo sforzo e la maniacale cura per i dettagli. Assomiglia ad una forma di cortesia verso il lettore, un’attenzione gentile, una premura, un gesto spontaneo che sta scomparendo.

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