Banalità elevata

Mi domando spesso quale sia la ragione, quella autentica e non fondata su astrazioni logiche e deduttive, non mascherata da spinte emozionali transitorie, di un giudizio o di una critica verso tutto ciò che non si conosce o che, al contrario, si ritiene di conoscere. L’impressione, invece, che più si addice, senza esclusioni, è quella di una autoreferenzialità congenita, magari inconscia. Si finisce per considerare come fosse un errore, una mancanza o una banalità, ogni cosa che esula dalla comprensione stessa, dall’esperienza vissuta, come fosse un dogma che sventola in alto, molto in alto. E non si pensa, invece, che il silenzio, un silenzio contemplativo, sia l’unico atteggiamento quando sfugge il senso delle cose, quando non si riesce ancora a raggiungerlo. Possedere una mente neutrale che non si schiera secondo le proprie affinità, bensì atta ad abbracciare la vasta totalità della realtà, è tanto raro quanto necessario. Per questo ci si incaponisce sui dettagli, sulle sfumature incolori e, inevitabilmente, si fallisce proprio nel dare un giudizio obiettivo, in punizione alla presunzione di un intelletto, o di un gusto, incompleto. È un circolo vizioso, chiuso, in cui proprio nel momento di descrivere (o giudicare) l’essenza di un qualcosa, lo si riflette entro se stessi. Se si volesse evitare la banalità di tali sottoprodotti del pensiero, bisognerebbe elevarli a concetti sorpassati, desueti, e non insignirli del titolo di verità inconfutabili.

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L’ indifferenza del tedio

Altre volte mi sono domandata cosa si intenda per tedio, e non credo che coincida con la definizione di noia perché sarebbe una scorciatoia inutile che non porta da nessuna parte. Non ritengo neppure che il tedio contagi soltanto coloro i quali abbiano una predisposizione, una sorta di ozio intellettuale o emozionale. È un malessere subdolo che attacca indiscriminatamente, proprio come un virus che penetra nell’organismo e si autogenera a spese di quest’ultimo.
Non esiste contrasto peggiore tra l’alchimia naturale della vita interiore e la disarmante banalitá, anche quando banale non è, della quotidianità assillante della vita. Il peggiore di tutti è il tedio di coloro che ritengono non valga la pena fare qualcosa, qualsiasi cosa. E quanto più la vita, gli accadimenti, pretendono un tributo tradotto in termini di azioni, pensieri, tanto più tedio si avverte. L’animo si sterilizza, ogni sentimento diventa asettico; é come un’estinzione delle emozioni, della volontá di agire e dell’immaginazione. Si cade nelle trame intricate dell’indifferenza, della piú nefasta indifferenza.