Anime di gelsomino

Mia ultima produzione sotto ogni aspetto. Ho qui raccolto sedici dei miei ventisette racconti. Sedici racconti, appunto, con altrettanti personaggi femminili. Ognuna si confronta con la concreta realtà della propria esistenza: Shoba una bambina indiana orfana incontra per la prima volta i suoi nuovi genitori, Viola una ragazza in grado di vedere le auree delle persone fa amicizia con un camionista ungherese, Serena un’appassionata giovane musicista suona da sola il suo violino, Belen una psicologa in difficoltà affronta la solitudine e Mnemosine, la dea della memoria, interviene nella vita degli uomini. Tutte loro hanno in comune il coraggio, la consapevolezza e la voglia di affrontare a viso aperto il destino che le attende.

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Riconoscenza

C’è un insolito andirivieni nel portone e per le scale di quel piccolo palazzo senza ascensore, incastrato in mezzo ad altri come se non avesse le forze sufficienti per stare in piedi da solo. La porta dello studio del dottore al primo piano è sempre aperta durante la mattinata; quella della parrucchiera, proprio di fronte, invece, è sempre chiusa perché apre soltanto al pomeriggio. Al secondo piano ci sono due appartamenti in cui abitano, in uno, una famiglia numerosa e rumorosa, mentre nell’altro una coppia di anziani che non escono quasi mai. Io devo salire fino al terzo ed ultimo piano per raggiungere la bottega della sartoria. Il postino sta distribuendo la corrispondenza, ma sembra confuso e più volte deve rileggere il numero dell’interno scritto sulle buste. Due bambini corrono giù per le scale forse perché in ritardo e devono andare a scuola; li schivo all’ultimo momento e uno dei due si scusa, ma lo fa senza voltarsi. Una donna di mezza età sta lavando l’androne e fissa il postino che non si decide a finire il suo lavoro: è in piedi, vicino al secchio e con una mano tiene stretto in mano la scopa come se fosse un’arma. La porta della parrucchiera viene chiusa rapidamente al mio passaggio, come se qualcuno, sentendomi salire, avesse preferito non farsi vedere. Un uomo corpulento e calvo sosta sulla rampa delle scale che portano secondo piano: sbuffa e si lamenta per il caldo fuori stagione. “Non mi ricordo un Marzo così caldo da quando abito in questo quartiere: eppure è da quarantacinque anni che mi sono trasferito” dice alla segretaria del dottore che, intanto, si è affacciata come per verificare che nessun altro paziente stia arrivando. Gli porge un sorriso di circostanza e poi rientra, in fretta, dentro lo studio. L’uomo accaldato mi sorride come per scusarsi del suo disagio fisico o forse semplicemente lo fa per cortesia. C’è una donna anziana che sale tenendosi al corrimano: indossa una camicia da notte e, sopra di questa, una giacca di lana coi bottoni verdolina, delle ciabatte rosa ai piedi nudi e, nella mano libera, porta un pacco di traversine monouso. Sembra affaticata e, mentre lei si gira indietro come se sapesse che ero lì, la saluto anche se non l’ho mai vista prima. La donna mi fa cenno di non sentire e di non poter parlare però mi chiede di aiutarla. Prendo il pacco di traversine senza pensarci due volte e lei mi ringrazia senza parole, ma solo con lo sguardo. D’istinto le prendo la mano per aiutarla a salire. L’anziana donna stringe la mia mano con gratitudine e sollievo, lo posso capire dall’intensità garbata che ha nel suo semplice gesto. Appoggio davanti alla porta di casa l’ingombrante pacco e le domando se abbia bisogno d’altro. Mi fa cenno di no, ma prima di salutarci per l’ultima volta mi bacia la mano,con mio enorme imbarazzo, proprio quella che stringeva con riconoscenza.

Fiori gialli

La primavera giunse in ritardo quell’anno, forse per paura della guerra che si avvicinava. Verso la fine di aprile la radura ai margini del bosco fiorì di un giallo seducente. Ci fu silenzio tutto intorno, ma soltanto dentro ai casolari abbandonati il vento riuscì a insinuarsi producendo un sibilo sinistro. Gli abitanti del villaggio erano fuggiti lasciando la pallida testimonianza di una vita semplice e pacifica. Sebbene tutte le porte fossero state sbarrate, qualcuna era stata aperta, forse dai ladri, e rimase spalancata come se gridasse aiuto. La quiete angosciante presagì la tragedia di una lunga battaglia. In lontananza si sentì odore selvatico di polvere da sparo e rimbombare di cannoni; si riconobbe, dalla sommità del bosco, lo scintillio argentino delle baionette e il tramestio della cavalleria che si preparava all’attacco. Il silenzio soffocante e denso come il piombo venne rotto al richiamo marziale degli ufficiali a cavallo che sguainarono le baionette al cielo. I primi fiori gialli furono calpestati dagli zoccoli dei cavalli lanciati al galoppo; i petali volarono in aria come farfalle e poi ricaddero al suolo per essere nuovamente schiacciati. Le spade scintillarono sotto il sole tiepido, i cannoni ruggirono avvicinandosi al nemico. E in tutta quella violenza cieca e sorda, i fiori ancora in vita vennero distrutti dagli stivali dei soldati. Il primo sangue fu versato sul terreno morbido e fangoso mentre le nuvole passarono lente sopra ogni sospiro, ogni grido e ogni orrore. Verso sera calò un silenzio irreale; poche anime ferite si aggirarono spaurite e incredule. I corpi dei caduti furono radunati ai margini della foresta. Si udirono in lontananza lamenti sommessi, poi fu ancora silenzio e, solo allora, venne la notte. I poveri resti dei fiori, mischiati al sangue degli uomini, fu tutto ciò che restava della battaglia. Il mattino dopo piovve e continuò per giorni. Venne l’estate e asciugò ogni traccia della guerra; l’inverno posò uno strato spesso di neve come per sigillare quel luogo di morte. Gli abitanti ritornarono alle proprie case e con loro gli animali sopravvissuti alla carestia. Tornò la primavera come se niente fosse e, ai margini del bosco, nella medesima radura pianeggiante, sbocciarono ancora i fiori gialli, sebbene tra questi, alcuni di colore rosso, si schiusero come se volessero ricordare il colore del sangue.