Pensiero indipendente

Ho nostalgia. Una nostalgia impudica del pensiero, quello scritto e che profuma di inchiostro fresco, quello dei giornali, della stampa e anche quello delle immagini. Pensiero che non è solo critica pura e fine a se stessa, non un mezzo per travasare -travisando pure- un significato nell’altro. Bensì pensiero indipendente, magari libero, capace di tradurre in linguaggio un’intuizione, un’opinione e forse, in ultima analisi, la realtà delle cose. Nostalgia di una comunicazione audace e, oramai perduta, barattata con qualcosa altro oppure, semplicemente, mai posseduta. Un tipo di pensiero che non passa inosservato, ma che non prevarica, che non si mimetizza nella massa, ma, al contrario, si distingue senza essere retorico o qualunquista. Ebbene, ho nostalgia di tutto ciò, di tutto quello che non è soltanto un andare controcorrente irrazionale e imprudente o, peggio ancora, opportunistico. Vorrei che nascesse ancora quella spinta irrefrenabile a pensare -e a scrivere- emancipata, riscattata dalla banalità oppressiva: non un surrogato monotono camuffato da opinione libera. Ritrovare, quindi, abbandonando la pigrizia creativa, la lentezza analitica e l’opacità con cui si osserva il mondo, un punto di partenza da cui partono e si biforcano infinite congetture e altrettanti pensieri.

Finzioni

Il cielo è strano oggi, anche il vento sembra diverso, porta con sé un qualcosa di invernale. Ho come l’impressione che la primavera non sia altro che la prosecuzione della stagione precedente, una scia debole che ha diluito il freddo e allungato le giornate, ma in verità è solo una finzione. Spesso mi capita di percepire l’assurda sensazione -quasi come fosse un presagio- di dilatazione, estensione della percezione che ho del tempo che passa. Le medesime strade che percorro adesso sono le stesse di quando ero bambina ma, sebbene non sia cambiato granché intorno (eccetto, forse, qualche macchina in più), è come se mancasse qualcosa. Non intendo particolari nascosti nella memoria che oscilla tra passato e presente, affatto, è un qualcosa che ha a che fare con la dignità perduta. E per dignità perduta intendo uno snaturamento convulso e avulso delle cose. Ma la cosa ancora più inconsueta è che penso   lo stesso riguardo le persone. Non è nostalgia e nemmeno malinconia, non é neppure timore o incertezza: ciò che intendo è una perdita graduale, uno stillicidio al contrario, di ciò che è l’entità, la natura umana, così come delle cose. Non è neanche desiderio di ritornare bambina per poter tornare indietro nel tempo, per cancellare gli errori e non commetterli di nuovo, non è questa la mia intenzione. L’unica cosa che mi manca dell’infanzia è lo stupore, la meraviglia per il mondo circostante, la sensazione solida di fiducia incondizionata; forse è il rammarico di due occhi grandi e cristallini che guardano soltanto.

Capelli di velluto

Non ricordo la città, ma di certo non era la mia. Non ricordo nemmeno il mese, eppure faceva abbastanza caldo da ricercare un po’ d’ombra. Nell’azzurro impietoso, attraversando una via secondaria affollata dal passeggio quasi meccanico delle persone e dei turisti, non provavo altro desiderio se non quello di ritornare in albergo. La mia attenzione, chissà per quale misteriosa ragione, viene spesso attirata da ciò che gli sguardi altrui scartano o eludono. Su una panchina, infatti, era seduta un’anziana signora dai capelli di velluto. Lei, con gli occhi chiusi come per non vedere il mondo che non la aspettava più, mi stava difronte eppure sembrava lontana. La percepivo come una parte del mondo esterno; e io mi trovavo già a pensare e la mia inquietudine che cresceva si mostrava con sincerità. Essa mi aveva restituito le angosce e una parte di ricordi legati alla nonna materna che, dalla mia infanzia, riemergevano prendendo respiro. E così quella anziana signora, tramite involontario e casuale tra i miei ricordi e i pensieri, pian piano svaniva. La panchina, inspiegabilmente gremita della sua presenza, accoglieva cose che richiamavano qualcosa di familiare e creavano un legame tra noi.