Sincerità e spontaneità

La sincerità non è sempre sinonimo di spontaneità. La spontaneità non tollera la mediazione riflessiva: è diretta, primitiva, irrazionale; non è esattamente una virtù, bensì significa assecondare un impulso, è uno sfogo che spesso cela frustrazioni personali. La brutale franchezza spesso è causa, facendosi scudo dietro un’improbabile sincerità, gravi danni ai rapporti umani. La realtà ha molte facce e non è possibile essere sinceri rispetto a una e non sinceri rispetto a un’altra. Nessuno possiede la verità, bensì ognuno è immerso in essa (ne è parte) e non è possibile coglierne tutti gli aspetti contemporaneamente. Non è relativismo in senso lato che sottende la riduzione della verità ai punti di vista o alle interpretazioni soggettive. Non s’identifica con la spontaneità, ma assume valore se è consapevole e non impulsiva. La sincerità è soggettiva e non coincide con la verità universale; essa sa fermarsi davanti alla soglia del rispetto altrui, della prudenza, della gentilezza e della pazienza. Come ogni virtù si fa tiranna se è unica e assoluta. La sincerità non è la virtù regina, ha valore se non violenta altre virtù. Al poligono della verità corrisponde il politeismo delle virtù: le virtù si temperano a vicenda. Senza freni la sincerità è una virtù che sconfina nella malvagità.

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Determinismo e caos

Non credo che tutto accada soltanto per caso, così come non ritengo nemmeno sia possibile che tutto sia rigidamente “predestinato“. Nessuno di questi due aspetti presumo sia vero in assoluto. Condivido, invece, il pensiero di Popper quando afferma che la creatività permette all’essere umano di intervenire nel mondo, di immettervi qualcosa di nuovo. Dunque, usando le parole del filosofo, “il nostro futuro è aperto”, ossia libero. Eppure certe leggi scientifiche sembrerebbero dimostrare il contrario. Mi pare, però, sia ingenuo voler sostenere che la conoscenza scientifica possa dare una descrizione esaustiva e definitiva della natura. Essa procede per modelli che possono essere resi sempre più gnoseologicamente adeguati rispetto ai nuovi orizzonti in cui la realtà si manifesta. Essendo, appunto, modelli non possono pretendere di definirsi come conoscenza assoluta, bensì come una comprensione definita, ma non definitiva. La realtà, quella percepita coi propri sensi e letta in chiave delle esperienze personali, è molto più ricca del singolo punto di vista: le molteplici facce con cui essa si rivela agiscono in un contesto variabile. Forse l’unico espediente all’incubo del determinismo e del caos consiste proprio nel cambiare prospettiva. Il problema è che essi vengono considerati come opposti assoluti e che, pertanto, si escludono a vicenda. Determinismo e caos, contrapponendosi a vicenda, non riescono a spiegare e comprendere la complessità del reale. Considerare la questione in modo  dualistico è riduttivo: occorrerebbe pensare alla realtà come ad una totalità priva di confini o categorie definiti.

Strano come il potere creativo metta immediatamente in ordine l’intero universo.” Virginia Woolf

Fallacie

È abbastanza comune imbattersi in una persona che sostiene, a spada tratta, l’assolutismo illuminato dell’essere positivi, di avere un atteggiamento ottimista sempre e di saper cogliere il lato positivo e ignorare, o quasi, quello negativo degli avvenimenti e delle cose. Questo tipo di ragionamento non mi ha mai convinta del tutto; ho sempre avvertito un rumore di fondo che ne disturbava la logica sghemba. Ritengo, invece, che una riflessione del genere, di pensiero psicologicamente plausibile, non sia che una delle tante fallacie della logica stessa; una fallacia di tipo informale che sfrutta l’ambiguità retorica del linguaggio. Un pensiero totalmente focalizzato sull’aspetto positivo non è affatto equilibrato, così come non lo è il suo opposto negativo. La prigione mentale, che induce a riconoscere ciò che più si avvicina al proprio bias intrinseco e costruito su basi meramente fittizie, costruisce una realtà falsa, avulsa dal contesto. La fallacia che più si avvicina a questo rigore razionale è quella riferita alla “petitio principi“: la più elegante e sofisticata e che rappresenta il culmine dell’estetica. Consiste nel dare per dimostrata o adottare tra le premesse (del ragionamento) la conclusione a cui si vuole arrivare. Di solito si utilizzano argomenti circolari in cui il punto di partenza coincide con il punto di arrivo.

Non vedrei ora così bello, se già non avessi veduto così nero.” G. Pascoli