Antropocentrismo: ontologia umano-specifica

Esistono due dogmi che riguardano l’antropocentrismo, sistema metafisico secondo cui l’Homo Sapiens, abbia un qualche tipo di relazione privilegiata con gli oggetti del mondo. I suoi due dogmi sono: che sia impossibile uscirne; che lo stesso tentativo di uscirne sia esso stesso antropocentrico, quindi più forte paradossalmente. Il primo dogma si basa sulla sua struttura cognitiva: non è possibile pensare come se non si fosse colui che sta pensando (chiusura). In realtà l’antropocentrismo è una descrizione dell’umano o, più precisamente, una metafisica: esso è centrato, moralmente isolato e sconnesso dal resto del vivente. Esistono almeno due tipi di antropocentrismo: una versione secondo cui l’uomo sia portato a vedere le cose del mondo dalla sua immagine specie-specifica, e una che deriva da questa, ossia l’idea che il proprio modo di vedere le cose sia anche il migliore se non, talvolta, addirittura l’unico. Quindi, la maggior parte delle tassonomie ontologiche, in gergo tecnico “gli inventari del mondo”, siano in realtà inventari del mondo dell’Homo Sapiens e, dunque, il risultato non sarebbe mai un’ontologia in quanto tale, ma una ontologia umano-specifica.

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Sincerità e spontaneità

La sincerità non è sempre sinonimo di spontaneità. La spontaneità non tollera la mediazione riflessiva: è diretta, primitiva, irrazionale; non è esattamente una virtù, bensì significa assecondare un impulso, è uno sfogo che spesso cela frustrazioni personali. La brutale franchezza spesso è causa, facendosi scudo dietro un’improbabile sincerità, gravi danni ai rapporti umani. La realtà ha molte facce e non è possibile essere sinceri rispetto a una e non sinceri rispetto a un’altra. Nessuno possiede la verità, bensì ognuno è immerso in essa (ne è parte) e non è possibile coglierne tutti gli aspetti contemporaneamente. Non è relativismo in senso lato che sottende la riduzione della verità ai punti di vista o alle interpretazioni soggettive. Non s’identifica con la spontaneità, ma assume valore se è consapevole e non impulsiva. La sincerità è soggettiva e non coincide con la verità universale; essa sa fermarsi davanti alla soglia del rispetto altrui, della prudenza, della gentilezza e della pazienza. Come ogni virtù si fa tiranna se è unica e assoluta. La sincerità non è la virtù regina, ha valore se non violenta altre virtù. Al poligono della verità corrisponde il politeismo delle virtù: le virtù si temperano a vicenda. Senza freni la sincerità è una virtù che sconfina nella malvagità.

Determinismo e caos

Non credo che tutto accada soltanto per caso, così come non ritengo nemmeno sia possibile che tutto sia rigidamente “predestinato“. Nessuno di questi due aspetti presumo sia vero in assoluto. Condivido, invece, il pensiero di Popper quando afferma che la creatività permette all’essere umano di intervenire nel mondo, di immettervi qualcosa di nuovo. Dunque, usando le parole del filosofo, “il nostro futuro è aperto”, ossia libero. Eppure certe leggi scientifiche sembrerebbero dimostrare il contrario. Mi pare, però, sia ingenuo voler sostenere che la conoscenza scientifica possa dare una descrizione esaustiva e definitiva della natura. Essa procede per modelli che possono essere resi sempre più gnoseologicamente adeguati rispetto ai nuovi orizzonti in cui la realtà si manifesta. Essendo, appunto, modelli non possono pretendere di definirsi come conoscenza assoluta, bensì come una comprensione definita, ma non definitiva. La realtà, quella percepita coi propri sensi e letta in chiave delle esperienze personali, è molto più ricca del singolo punto di vista: le molteplici facce con cui essa si rivela agiscono in un contesto variabile. Forse l’unico espediente all’incubo del determinismo e del caos consiste proprio nel cambiare prospettiva. Il problema è che essi vengono considerati come opposti assoluti e che, pertanto, si escludono a vicenda. Determinismo e caos, contrapponendosi a vicenda, non riescono a spiegare e comprendere la complessità del reale. Considerare la questione in modo  dualistico è riduttivo: occorrerebbe pensare alla realtà come ad una totalità priva di confini o categorie definiti.

“Strano come il potere creativo metta immediatamente in ordine l’intero universo.” Virginia Woolf