Bizzarri fenomeni

Come è possibile aspettare seduto, come unico spettatore pagante, in un teatro deserto. Sentire il pesante odore stantio del sipario, immerso in un buio anacronistico ad assistere a quella rappresentazione che viene definita “vita”, la propria, dai margini quasi inconsistenti, dagli attimi condensati in gocce, distillati puri dalla memoria. E questo testimone solitario osserva una scena spalancata che incombe ed interpreta ciò che lui stesso sfugge: un sentimento che sale e si arrampica verso l’alto della consapevolezza in un crescendo tumultuoso e implacabile. Solo la luce sul palcoscenico, dai toni giallognoli e che arde vibrando a minime variazioni della platea deserta, richiama una sensazione di realtà. La buca dell’orchestra è vuota, eppure crea l’illusione distorta di udire il canto di qualche strumento musicale, coincidendo con l’angolo d’inclinazione della volontà di udirli. Tutto ciò è possibile conservare, racchiudere in un atomo tutto l’universo e poi espanderlo ancora, perché in quei bizzarri fenomeni risiede l’esistenza, scivolata, ritirata come la marea, tanto in fondo che non esistono neppure altre congetture su di essa.

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Tutto riesce a chi sa aspettare

Una volta ho letto una frase che, subito mi è rimasta impressa, ma poi l’ho dimenticata. Non ricordo in quale circostanza, poi, sia riapparsa dal nulla resuscitando un ricordo che credevo morto. “Tutto riesce a chi sa aspettare“. Ebbene io non ne sono capace. L’attesa mi devasta, mi dilania, mi prostra. É uno stato emotivo che prevarica la ragione, a cui inchino la testa in segno di sconfitta; è un tarlo che scava e si insinua e non mi abbandona. Attendere, per me, è come essere sospesa in una dimensione ultraterrena, un mondo in cui le lancette degli orologi sono ferme e dove il silenzio ne fa da padrone. Non sono in grado di apprezzare il mare calmo dell’attesa perché il mio bisogno di agire è predominante. Virtù ermetica come una sfinge che pronuncia un enigma al quale non so rispondere. Attendere mi dà pena e mi procura un malessere innaturale, profondo e meschino. Mentre resto in attesa di qualcosa vedo i giorni sfiorire, i colori appassire e sbiadire, mentre il mio pensiero, al contrario, accelera e corre veloce; non riecco a raggiungerlo perché le catene dell’attesa mi imprigionano nella loro morsa.

Spazi aperti

“Mi è capitato spesso di dover attendere in una di quelle anonime e poco accoglienti sale d’aspetto. Di solito l’attesa non è quasi mai associata ad una condizione di serenità, piuttosto assomiglia ad una lieve e infinitesimale sensazione di tedio. Non sfoglio le riviste buttate senza cura e riguardo sul tavolino e, né tanto meno, cerco di attaccare discorso con qualcuno. Mi limito a stare zitta e a tenere lo sguardo a debita distanza per non invadere lo spazio altrui. E il tempo sembra dilatarsi ed espandersi senza ritegno. Proprio in occasione di una di quelle interminabili permanenze ho provato, inspiegabilmente, una sensazione di angoscia. Non avrei saputo spiegare il motivo per cui avvertivo afflizione, avvilimento.

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