Sindrome da figlio unico

Luca e Chiara sono entrambi figli unici; vivono i un mondo ovattato, esclusivo, in cui ci si raccapezzano con qualche difficoltà. I loro rispettivi genitori vivono differenti dinamiche di coppia e di relazione. Essere genitori non è semplice e non è affatto “naturale”, lo si impara man mano. I timori e le aspettative rappresentano alcune motivazioni psicologiche nella scelta di avere soltanto un figlio. Queste riguardano i sentimenti di ansia di “non sentirsi all’altezza” di prendersi cura dei propri figli e quindi, per limitarne il rischio, la scelta è quella di avere un solo figlio, avendo, così, la sensazione di dare di più ed essere genitori migliori. L’essere al centro dell’interesse costante dei genitori, però, può far diventare viziato il bambino. Almeno così sostengono certe teorie, mentre altre smentiscono tale affermazione. Più che di figli viziati oserei parlare di genitori viziati: un vizio, per così dire, di forma e di sostanza. È volutamente un azzardo, una provocazione, ma la casistica potrebbe annoverare tale probabilità per essere equa e imparziale.

La relazione instaurata in queste famiglie, riguarda solo tre elementi: padre, madre e figlio. Il fatto di vivere esclusivamente con figure adulte porta il figlio unico a divenire presto un “piccolo adulto” e la conseguente mancanza di scambi e di rivalità con altri bambini può renderlo timoroso e dipendente, sicuro soltanto nell’ambiente familiare, considerato come luogo protetto rispetto al mondo esterno.

Adler ha il merito di aver considerato per primo, come il bambino venga influenzato, nella formazione della personalità, non soltanto dalle figure genitoriali, ma anche dai fratelli e dalle sorelle. Anche altri studiosi hanno esaminato la condizione del figlio unico in riferimento alle relazioni familiari. Alcuni affermavano che il figlio unico potrebbe sentirsi come un individuo eccezionale in conseguenza dell’atteggiamento disponibile dei genitori, altri facevano riferimento alle relazioni interpersonali che si sviluppano tra i membri della famiglia in riferimento ai processi emozionali. Ciò che si crea e si instaura è un sistema emozionale familiare “triangolare”, definito triangolazione. I genitori creano attorno al figlio un “triangolo emozionale”.

Le interazioni tra i membri di famiglie con più figli prevedono, invece, un maggior numero di interazioni e non tutte queste interazioni coinvolgono la figura adulta. Si possono, infatti, avere relazioni tra adulto e bambino, ma anche tra bambino e bambino. Nozioni diffuse, ormai stereotipate descrivono il figlio unico come una persona centrata su di sé, non competitiva e avente difficoltà ad interagire con gli altri. Altri dati, al contrario, lo descrivono  come un individuo che, invece, trova grandi soddisfazioni nelle relazioni sociali e che viene influenzato dagli stretti legami che instaura, già da piccolo, con le figure adulte.

Egoismo, egocentrismo, questi son i tratti più comuni che descrivono la personalità del figlio unico; tratti che si manifestano per compensare una solitudine emotiva, una mancanza non percepita razionalmente, ma soltanto sotto forma di bisogno di attenzioni. Alcuni studi recenti smentiscono questa negatività che avvolge il figlio unico: non emerge che sia più o meno egoista, disadattato o isolato di chiunque altro. Infatti, i figli unici presentano i tratti della generosità e della socievolezza. Come per tutte le cose e le situazioni esiste sempre un rovescio della medaglia; vantaggi e svantaggi camminano a braccetto. Il vantaggio principale è costituito nell’avere tutte per sé le attenzioni dei genitori: stimolandolo nella maniera corretta può sviluppare la capacità di perseguire mete ambiziose e di pianificarle.

Per contro il figlio unico potrebbe tendere ad essere un bambino iper-protetto ricevendo eccessive cure genitoriali. Inoltre potrebbe essere soggetto alle continue richieste di perfezione da parte dei genitori. Non avendo fratelli viene a mancare l’esperienza della rivalità fraterna, e ciò potrebbe contribuire a procurargli maggiore ansietà, sentimenti di aggressività nascosta e di dipendenza. Infatti, quest’ultima è importante per un adeguato sviluppo del comportamento aggressivo, cooperativo e competitivo del bambino. Un altro svantaggio è che, crescendo in un contesto adulto, può divenire un bambino precoce: può, già da piccolo, agire “da adulto” perché interagisce e socializza attorno agli adulti imparando ad imitarne le abilità e i modelli comportamentali.

Alcuni risultati sulla capacità di autonomia hanno rilevato che i figli unici tendono a distaccarsi maggiormente dalle decisioni di gruppo. Ciò è spiegato dal fatto che il figlio unico trascorre molto tempo con le figure adulte e ne apprende il comportamento “adulto” che lo fa rimanere più distaccato dai coetanei. Altri risultati evidenziano che i figli unici si rivelano meno indipendenti. Insomma in questo ambito ci si addentra in punta di piedi perché sembra che ogni teoria può essere smentita o avvalorata nello stesso tempo. In realtà non esiste la ricetta per descrivere minuziosamente le caratteristiche del figlio unico. Parlo in prima persona e come diretta interessata: non avendo fratelli o sorelle sono cresciuta con il desiderio di averne uno o una (non importava il sesso oppure l’età). Miracolosamente non sono cresciuta con l’idea di possesso verso cose o persone, al contrario ho sempre provato piacere a condividere, a regalare (anche in termini di tempo) qualcosa di me al prossimo forse per compensare tale mancanza ma anche, contemporaneamente, per trasmettere qualcosa di me -anche attraverso gli oggetti- a qualcuno.

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